La punta più avanzata dell’Africa: il Sud Africa verso le elezioni

Sud Africa

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Il Sud Africa e l’apartheid

Nonostante l’apartheid sia stato abolito nel 1994, la segregazione continua ad esistere a livello informale. Questo è particolarmente evidente a livello urbanistico, dal momento che le città sudafricane portano i segni del modello delle township costruito dal precedente regime. Questo modello, che ha origine nel periodo coloniale, e che fu formalizzato da una serie di norme volute dal National Party a partire dal 1948, era esplicitamente indirizzato a separare la minoranza bianca dal resto della popolazione. L’impostazione ideologica di tali politiche era di ispirazione nazista ed esplicitamente razzista:

There are whites, born in this country, who have degenerated to such an extent in respect of morality, self-respect and racial pride that they feel no objection against blood-mixing. […] Whites must protect themselves against these conscienceless and criminal blood-mixers by making all blood-mixing punishable. […] The volk community is entitled to call to the dock everyone who acts in conflict with its highest interests.[1]

Per evitare che le etnie entrassero in contatto, il regime dell’apartheid creò un sistema di passaporti interni (passes) per limitare la mobilità della maggioranza della popolazione, criminalizzò i matrimoni misti, e deportò fisicamente centinaia di migliaia di persone in aree lontane dal centro e dai quartieri residenziali per bianchi, creando le township. Questi insediamenti sono oggi una cicatrice profonda nel tessuto urbano sudafricano che tende a perpetuare il precedente regime di segregazione. Le township sono abitate quasi esclusivamente da non-bianchi e sono collegate ai centri urbani da trasporti spesso inefficienti e costosi. I passati governi hanno tentato di rimarginare questa separazione – per esempio, Soweto (contrazione di South Western Townships) è stata integrata nella municipalità di Johannesburg, ed è stata collegata al centro da una linea di bus costruita in occasione dei mondiali del 2010 – ma ulteriori sforzi sono sicuramente necessari. Dove prima agiva la legislazione dell’apartheid, oggi agiscono dispositivi di segregazione informale. Prima di tutto, i prezzi: i poveri non arrivano nelle zone benestanti perché i costi del trasporto, delle sistemazioni e dei servizi in tali aree sono fuori dalla portata dei loro redditi. La maggior parte dei non-bianchi che si vedono in queste zone sono lavoratori alle dipendenze delle famiglie ricche. La vita nelle township è precaria, esposta al caldo e agli allagamenti in assenza di ogni standard di sicurezza. Recentemente ad Alexandra, probabilmente la township più povera di Johannesburg, è scoppiato un incendio in seguito alla caduta di un traliccio dell’alta tensione. Alexandra si trova di fianco a Sandton City, una delle zone più ricche del continente.

 

Sud Africa

La polarizzazione della società sudafricana impedisce de facto le libertà garantite de iure dalla sua Costituzione. La forte disuguaglianza si traduce, da un lato, in un tenore di vita ai limiti della sussistenza che porta i più poveri a vivere di espedienti e, dall’altro, in una percezione di diffusa insicurezza da parte della popolazione benestante. A causa delle diverse barriere urbanistiche, culturali e finanziarie, una fetta importante della popolazione vede seriamente limitate le sue libertà, mentre la popolazione benestante vive prigioniera della propria ricchezza, trincerandosi all’interno di quelle stesse barriere. Si tratta di due facce della stessa medaglia: di una limitazione della libertà di tutti i membri della società dovuta alle enormi disparità che li separano. È un esempio da meditare con attenzione, soprattutto a partire dalle nostre democrazie ‘avanzate’ in cui la disuguaglianza continua a crescere.

Per comprendere queste profonde divisioni, occorre fare riferimento alla storia particolarmente traumatica del Sud Africa. L’abolizione delle atrocità dell’apartheid e la creazione di un sistema istituzionale democratico risalgono ad appena 25 anni fa. Il capolavoro dell’African National Congress e del suo leader Mandela non è stata l’abolizione dell’apartheid, ma la capacità di gettare le fondamenta di un ordine democratico in cui ogni componente della popolazione sudafricana potesse vedersi rappresentata e tutelata. In altre parole, il grande successo dell’ANC è stato evitare che l’abolizione dell’apartheid degenerasse nella rappresaglia dei neri sui bianchi. Ma perché i bianchi – che oggi costituiscono appena il 9% della popolazione – partecipassero alla transizione verso il sistema democratico, è stato necessario fornire loro diverse garanzie e raggiungere diversi compromessi. Le numerose contraddizioni che caratterizzano la società e l’economia sudafricane sono il risultato di tale compromesso, che ha avuto l’enorme merito di garantire una transizione in larga parte pacifica al nuovo ordine costituzionale.

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[1] Geoffrey Cronje (1945), ‘n Tuiste vir die Nageslag (‘Una casa per i posteri’). Cronje è stato professore di sociologia all’università di Pretoria. Traduzione dell’Apartheid Museum, Johannesburg.


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Ha studiato filosofia a Bologna ed è dottorando in storia all'Università di Cambridge. Su twitter è @Raff_Danna

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