“Una democrazia eccentrica” di Giovanni Orsina
- 19 Agosto 2022

“Una democrazia eccentrica” di Giovanni Orsina

Recensione a: Giovanni Orsina, Una democrazia eccentrica. Partitocrazia, antifascismo, antipolitica, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2022, pp. 220, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Angelo Perrone

7 minuti di lettura

Che cosa sta succedendo nel profondo della società italiana? Attraversata da pulsioni individualistiche, essa fa fatica a riconoscere le ragioni dello stare insieme, a trovare il modo di riformare il sistema istituzionale, soprattutto a formulare proposte di miglioramento della democrazia parlamentare, secondo i dettami della Costituzione. La delegittimazione diffusa del sistema politico rende difficile anche soltanto affrontare una discussione in proposito. È difficile risalire la china dello scetticismo. Tantomeno ha successo discorrere della mancanza di “buona politica”, troppo vasta l’area della sfiducia. Il “malato” è identificato, è il nostro Paese alle prese con il governo di se stesso. Lo si è visto di fronte alle ultime emergenze, la pandemia e l’invasione dell’Ucraina. La malattia, anche quella, è ugualmente nota, ripetuta allo sfinimento: disfunzioni strutturali, disaffezione popolare, inefficacia delle soluzioni. Il dibattito è fermo alle supposizioni, avanzate in forme diverse a seconda del punto di vista di chi le propone. Manca una visione generale, e disinteressata. Tanto meno vi è chiarezza sui rimedi, si oscilla tra le alternative, e nessuna ha il credito necessario per motivare il recupero di credibilità, lo scatto in avanti. Non si sa bene in quale direzione valga la pena procedere.

A diradare la foschia sempre più fitta, prova lo storico e politologo Giovanni Orsina, Direttore della Luiss School of Government, con Una democrazia eccentrica. Partitocrazia, antifascismo, antipolitica (Rubbettino 2022), che già nel titolo indica una chiave di lettura. Lo sforzo è quello di ripercorrere il tratto più recente della storia italiana, permeato da spinte populiste e antisistema dopo la crisi della Prima Repubblica in conseguenza di Tangentopoli e dell’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” – senza tuttavia trascurare le connessioni con il periodo precedente, che si caratterizzò per il processo post-bellico di modernizzazione dell’Italia e una crescita industriale piena di speranze. C’è però un filo rosso che, nella contraddittorietà degli eventi, lega gli anni del dopoguerra all’attualità, partendo dalla ricostruzione del Paese in chiave moderna e giungendo all’odierno quadro di immobilismo istituzionale. E ciò, nonostante le meritorie sollecitazioni politiche che pure non sono mancate, si pensi alla “questione morale”, sollevata da Berlinguer, e ai progetti di “grande riforma” perseguiti da Craxi. Tuttavia, le stragi mafiose e la scomparsa di figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino integrarono un attacco al cuore dello Stato. Alla luce dell’approccio qualificato e ricco di spunti offerto dal libro, risulta poi impossibile inquadrare il “caso Italia” fuori dalle dinamiche del mondo occidentale. Qui la prima suggestiva idea che attraversa il saggio: la collocazione “eccentrica” del nostro Paese all’interno delle vicende che hanno interessato l’Occidente, ma anche la politica mondiale e gli equilibri tra grandi potenze. L’eccentricità dunque intesa come posizionamento marginale sul piano territoriale o degli eventi storici, ma soprattutto come collocazione “divergente” rispetto alle coordinate della democrazia liberale, per come essa si è strutturata nel nord Europa e nell’America settentrionale.

Il mondo “atlantico” è qui assunto – per la sua rilevanza – come baricentro di riferimento per le innovazioni che la nostra epoca ha registrato in tutti i campi del vivere sociale (tecnica, economia, cultura, politica). L’Italia invece è contestualizzata, per usare le parole di Orsina, come «marca di frontiera» perché, rispetto a quel mondo, si atteggia in modo contraddittorio e incompiuto. Ne deriva un’inevitabile oscillazione tra senso di appartenenza e percezione di estraneità, che offre la chiave interpretativa più interessante di una difficoltà addirittura “esistenziale”, diventata incongruenza strutturale. I giorni drammatici del ’92, con Tangentopoli e Mani pulite, sono, nell’immaginario pubblico, il momento conclusivo di una stagione politica, la Prima Repubblica. Lo scandalo della corruzione diffusa ha rappresentato il rantolo finale di una fase contrassegnata dall’affermazione vincente dei partiti che si rifacevano alle grandi ideologie novecentesche. Tuttavia, quei fatti non hanno dato origine a una nuova stagione: la Seconda Repubblica non ha avuto sorte migliore, né caratteristiche durature, se si eccettua lo spirito dell’antipolitica, che impregna a fondo l’attualità. Non è difficile osservare «il cumulo di macerie» rimasto dopo quella stagione – avverte Orsina – perché la deflagrazione della Prima Repubblica non si è ricomposta, anzi sta producendo effetti ulteriori e segnala proprio la mancanza e la necessità, più che in passato, di una “buona politica”. Si è verificata una rottura storica che ha messo in crisi la politica in Italia e nel mondo, dovuta ad «un concorso singolare di circostanze» e ciò fa ritornare esattamente alle origini di quella eccentricità che è croce del nostro Paese. La storia politica italiana, dal dopoguerra in poi, certamente complessa e difficile da interpretare, è percepita dai più come «impigliata in arabeschi peninsulari, culturali, ideologici e politici», che la rendono incomprensibile.

È anche vero però, osserva Orsina, che i protagonisti di queste stagioni sono stati e continuano ad essere «interpreti e prigionieri di quella vicenda storica vissuta come eccentrica». Costoro oscillano tra opposte tentazioni: portare a compimento la modernizzazione del Paese, oppure rinchiudersi autarchicamente nella “diversità” facendosene per così dire una ragione, e magari offrendosi in quanto tale persino come modello politico per qualche altra realtà statuale. La consapevolezza di questo quadro complesso si nutre di molteplici elementi, quale la difficoltà di avviare processi di riforma nei settori della giustizia, della finanza pubblica, della politica industriale, soprattutto di superare le disuguaglianze tra Nord e Sud, oltre a quelle tra zone urbane e aree periferiche. Tutto ciò ha spinto il Paese a leggere la sua vicenda storica con «il paradigma interpretativo dell’inadeguatezza strutturale», vissuto in forma per così dire depressiva, quasi a marcare l’ineluttabilità del destino. Troppo diffusa, secondo Orsina, la percezione che il Paese in tante competizioni esca «sconfitto, avvilito, frustrato, inchiodato alla propria irrimediabile insufficienza, in ritardo con la storia». Naturalmente la rottura storica individuata dall’autore non è affatto confinata all’Italia, è una fattispecie prodottasi in tutto il mondo con la fine delle grandi ideologie e con la difficoltà delle politiche pubbliche di confrontarsi con le nuove sfide poste da una globalizzazione in forte crescita.

All’impressione che tutto ciò rappresenti una cornice astratta, lontana dalle piccole cose di casa nostra – gli scandali, la corruzione politica, e l’incapacità parlamentare di condividere semplici battaglie sui diritti civili –, Orsina è pronto a sopperire con puntuali riscontri, che spiegano il lungo percorso. In Italia è prevalso per molto tempo un sistema politico “bloccato” e incapace di autoriformarsi, dovuto alle contrapposizioni ideologiche della Guerra Fredda. Il clima internazionale di rigida contrapposizione tra blocchi, caratterizzato da impostazioni fortemente dogmatiche, ha sempre negato la piena legittimità del Pci di partecipare a pieno titolo alla guida del Paese, sulla base di una preclusione anticomunista ben radicata nel mondo occidentale. L’esclusione pregiudiziale di una parte politica dal governo non è apparsa subito come un inconveniente e per la verità non ha neppure impedito all’Italia di sviluppare alcuni orientamenti positivi come l’atlantismo e lo spirito europeista. Sono rimaste invece sotto traccia le conseguenze che la mancanza di alternanze nel governo avrebbe potuto provocare alla lunga sul piano delle riforme e in generale sul cristallizzarsi di dinamiche opache. Nel primo ventennio dopo la guerra, il Paese è stato protagonista di una “rivoluzione” che ha prodotto ricchezza e modernizzazione. Un risultato ottenuto dai governi a composizione centrista (Dc, Psdi, Pri, Pli) nel ventennio tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Nel periodo successivo, caratterizzato dall’allargamento dell’area di governo a sinistra con la partecipazione del Psi, l’andamento economico positivo è proseguito, grazie all’incremento spesso indiscriminato della spesa pubblica. La politica finanziaria ha certamente consolidato il consenso popolare delle fasce sociali che beneficiavano di questi flussi di denaro, creando però le basi del colossale disavanzo delle casse pubbliche che in seguito avrebbe ostacolato investimenti e innovazioni. Questi esiti economici si sviluppavano in un quadro di sostanziale immobilismo politico, mancando un ricambio della classe dirigente e con esso qualsiasi sollecitazione al rinnovamento di idee e persone. Tuttavia, la caduta del Muro di Berlino e l’imposizione dei vincoli europei di Maastricht nel ’92 hanno stravolto il quadro della politica italiana rendendo impossibile il mantenimento dello status quo. Se da un lato non c’erano le condizioni per un cambiamento, dall’altro non si poteva continuare nell’uso disinvolto della finanza pubblica. Era chiara l’evoluzione della Repubblica dal 1945 ai primi anni Novanta. Si era determinato uno iato drammatico tra la realtà e la sua rappresentazione democratica. Il sistema politico era contrassegnato da una egemonia partitica pervasiva, che – segnala Orsina – «non rispettava i canoni di nessuna delle idee di democrazia in grado di competere l’una con l’altra, democrazia liberale, partecipativa, progressiva».

La politica partitica «aveva invaso il campo, compresso l’autonomia della società civile, del mercato, delle istituzioni, persino delle tecnocrazie». La conseguenza più forte di questo fenomeno è stata la percezione – ancora persistente – che della politica si possa fare a meno. Di più: che si debba persino farlo, per non rimanere invischiati nelle manovre asfittiche e paralizzanti del ceto politico e amministrativo, incapace di rinnovarsi. La spinta antipolitica, concretizzatasi nella parabola di Silvio Berlusconi, e successivamente in quella della Lega e del Movimento 5 Stelle, ha dunque origini sedimentate nel tempo: la politica – osserva criticamente Orsina – «diventa la zavorra della quale una società ormai matura deve liberarsi per poter infine conseguire il suo obiettivo secolare». Questa è la versione italiana di una crisi globale del politico, quale mezzo privilegiato di modifica dello status quo. Se non ci sono strumenti concreti disponibili (riforme e modelli di riferimento), non rimane che il mito della palingenesi, immaginare un capovolgimento totale affidandosi a una mano salvifica che venga dall’esterno. Si invoca qualcuno o qualcosa che supplisca alle nostre inadeguatezze. La salvezza non può che venire da fuori e dovrà cambiare tutto il possibile, sostituire la classe dirigente, la democrazia parlamentare, i nostri innumerevoli pseudo “rappresentanti” o almeno ridurne il numero. Si reclama la vitalità del “popolo”, assunto a categoria dello spirito, al di fuori di ogni realismo politico e costituzionale. L’obiettivo specifico di ciascuna di queste tendenze antipolitiche è stato diverso, ma analogo nell’indicazione dei mali e nella proposta di ricorrere ad un aiuto esterno. La stagione populista berlusconiana propone una democrazia nelle mani degli imprenditori, quella successiva si affida alle parole d’ordine dell’antipolitica come risposta o via di fuga dalle difficoltà del presente, e adotta il lessico della paura e del fanatismo per identificare “l’altro” da tenere a distanza. Il fantasma della purezza è il metro per distinguere amici e nemici. Il ribaltamento è tanto fittizio da creare e alimentare nuovi privilegi, a prescindere dal colore politico o dai trascorsi di ciascuno.

Il nodo del rapporto con la modernità, europea e occidentale, rimane centrale, e se ne vedono le conseguenze anche in tempi recenti, basti pensare alla pandemia e alla guerra in Ucraina. Entrambi questi eventi si prestano ad un comune spunto di riflessione. Alla base domina il medesimo “sentimento di incompiutezza” verso la propria storia – Orsina parla della percezione di un «Paese sbagliato» –, che alimenta reazioni di ostilità nei confronti del “politico” e dei suoi orientamenti o decisioni. Ecco, davanti alle tragedie della pandemia e della guerra, e alle misure conseguenti, le accuse di “dittatura sanitaria” e gli infiniti distinguo sulla necessità di difendere l’Ucraina. Al «paradigma del Paese sbagliato» si reagisce anche con la tentazione di additare vie alternative alla modernità, scovando improbabili lati positivi in Stati autocratici di varia estrazione che, talvolta, sembrano offrire un’immagine più vigorosa e vincente delle malmesse democrazie. Si spiega così il fascino esercitato da Paesi come l’Ungheria di Orbán o in tempi precedenti dalla Russia di Putin, almeno prima che la simpatia diventasse imbarazzante davanti all’invasione brutale dell’Ucraina. La ricostruzione della storia italiana rischia di essere un elenco di occasioni mancate: il Paese non ha saputo coltivare il progetto di colmare la distanza con le democrazie più progredite, anzi si è compiaciuto di alimentare il discredito della politica, non comprendendo che così stava tagliando il ramo sul quale era seduto. La storia mostra come sia fallace l’idea di poter fare a meno della politica, meglio della buona politica. Se il senso di inadeguatezza verso la modernità costituisce un riflesso antropologico di antica origine, potrebbe essere arrivato il momento di riconoscere che a rendere così disfunzionale la politica è anche l’assenza di meccanismi reali di competizione e di ricambio della classe politica stessa.

Scritto da
Angelo Perrone

È giurista e scrittore. È stato pubblico ministero e giudice. Si interessa di diritto penale, politiche per la giustizia, tematiche di democrazia liberale: diritti, libertà, disuguaglianze, forme di rappresentanza e partecipazione. Svolge studi e ricerche e cura percorsi di formazione professionale. È autore di pubblicazioni, monografie, articoli. Scrive di attualità, temi sociali, argomenti culturali e ha fondato e dirige “Pagine letterarie”, rivista online di cultura, arte, fotografia.

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