Il futuro della democrazia italiana nel workshop Polidemos. Intervista ad Antonio Campati
- 12 Settembre 2023

Il futuro della democrazia italiana nel workshop Polidemos. Intervista ad Antonio Campati

Scritto da Giulio Pignatti

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Dopo un decennio di governi tecnici o di intese più o meno larghe, l’Italia ha, dal settembre 2022, un governo politico con una forte maggioranza, che è anche la formazione più a destra della storia repubblicana. All’analisi delle trasformazioni all’interno degli equilibri politici e partitici dell’ultimo anno e, soprattutto, e all’intrecciarsi di questa nuova stagione politica con mutamenti di più lunga durata (come il declino del dibattito pubblico o la crisi della globalizzazione) è stato dedicato un workshop estivo del centro di ricerca Polidemos dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. 

Abbiamo intervistato Antonio Campati per riflettere sui temi emersi nel corso dell’iniziativa, organizzata presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia il 20 luglio 2023 e dedicata a “Il futuro della democrazia italiana. Sovranità, media, partecipazione”. Antonio Campati è ricercatore in Filosofia politica all’Università Cattolica di Milano, dove insegna alla Facoltà di Scienze politiche e sociali. Tra le sue ultime pubblicazioni: La distanza democratica. Corpi intermedi e rappresentanza politica (Vita e Pensiero 2022) e Democrazia e liberalismo: un connubio da ripensare? (Editrice Apes 2022, a cura di).


Quale idea ha animato l’organizzazione del workshop e come si interseca quest’iniziativa con le linee di ricerca e l’impostazione di Polidemos? 

Antonio Campati: L’idea del workshop nasce per coronare i primi mesi di attività di Polidemos – Centro di ricerca per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici dell’Università Cattolica di Milano. Nei mesi precedenti all’evento di Venezia abbiamo organizzato diversi convegni, anche di carattere internazionale (come quello dedicato agli immaginari distopici o quello sul ritorno delle ideologie), workshop e presentazioni di libri. Quest’incontro tematico alla Fondazione Giorgio Cini aveva da una parte l’obiettivo di fare il punto sulle attività del centro di ricerca messe in campo fino ad allora, dall’altra quello di programmare le attività future. Polidemos è un centro di ricerca che si occupa della democrazia in tutte le sue forme globali, ma in questo primo workshop abbiamo deciso di focalizzarci esclusivamente sul nostro Paese. Siamo in effetti giunti ad un anno dalle elezioni politiche del settembre 2022, si trattava quindi anche di tracciare un bilancio dei primi mesi del governo Meloni. Del resto, una riflessione pacata, il più possibile scevra da appartenenze ideologiche, sul futuro della democrazia italiana è sempre necessaria, e forse ancor più adesso, in un contesto internazionale che, secondo alcuni analisti, è teatro di uno scontro tra democrazie e autocrazie. È quindi importante studiare lo stato di salute del nostro sistema democratico. Abbiamo scelto i relatori secondo due criteri: da una parte, all’incontro non sono intervenuti esclusivamente accademici – ma anche giornalisti, opinionisti, esponenti della società civile –, dall’altra parte c’è stato il tentativo di rappresentare un ventaglio ampio di sensibilità, per favorire la freschezza delle discussioni. La giornata di lavori si è suddivisa in quattro panel: il primo dedicato alla democrazia italiana dopo il 25 settembre 2022, il secondo alla sovranità energetica e tecnologica nel quadro del nuovo scenario internazionale, il terzo ai media e alla comunicazione democratica, e infine abbiamo riflettuto sulla partecipazione e sull’astensionismo elettorale – e più in generale sulla crisi del dibattito pubblico nel nostro Paese. Insomma, nel workshop abbiamo cercato di tenere insieme gli assi di ricerca di Polidemos, che si strutturano intorno a cinque direttrici principali: teorie della democrazia, rapporto tra democrazia e territorio, tra democrazia e sistema internazionale, innovazione democratica e democrazia e mutamenti. Linee di ricerca che si sono finora sviluppate e rispecchiate anche nella pubblicazione di sei volumi open access. Non a caso, il primo – State of Emergency. Italian democracy in times of pandemic, pubblicato nel 2022 – era dedicato proprio alla democrazia italiana durante il periodo pandemico. Nella sua introduzione, il direttore di Polidemos Damiano Palano sottolineava da un lato l’infragilirsi delle interdipendenze globali, in controtendenza con la narrazione illusoria sulla fine della storia, dall’altro l’indebolirsi del sistema democratico di fronte al governo di sfide imprevedibili come la pandemia.

 

Affrontando le principali direttrici di ricerca del centro Polidemos discusse al workshop, com’è mutato lo scenario politico italiano in seguito alle elezioni del settembre 2022? 

Antonio Campati: Le elezioni politiche del 2022 consentono di effettuare un bilancio almeno dell’ultimo decennio politico – se non direttamente dell’ultimo trentennio, quello cioè corrispondente alla cosiddetta Seconda Repubblica. Bisogna infatti prendere atto che, a partire dalle elezioni del 2013, sono andate naufragando quasi tutte le attese che si erano formate all’inizio della Seconda Repubblica. Il sistema politico italiano ha compiuto una sorta di ritorno al passato, in particolare per quanto riguarda la formazione delle maggioranze parlamentari e, in parte minore, per la durata dei governi. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito ad un’alternanza governativa significativa, emblematicamente espressa nell’ultima legislatura col susseguirsi di tre maggioranze tra loro così eterogenee. È interessante capire se con le elezioni del 2022 siamo tornati a una logica di alternanza bipolare, come quella che nelle elezioni dal 1994 al 2008 ha portato all’avvicendarsi di due coalizioni al governo. Non dobbiamo dimenticare che l’alternanza bipolare non ha però significato stabilità governativa in quell’arco di tempo, perché all’interno delle singole legislature ci sono stati diversi governi, ad eccezione del quinquennio 2001-2006 (che ha visto la formazione di due governi, ma entrambi guidati da Silvio Berlusconi). Il nodo cruciale riguarda la forza del partito che attualmente esprime il presidente del Consiglio: bisognerà cioè capire se Fratelli d’Italia ha intorno a sé una maggioranza – parlamentare ed elettorale – abbastanza solida da tenere in piedi il governo per una buona parte della legislatura, se non direttamente fino alla sua conclusione. Un secondo aspetto che è stato analizzato nell’incontro di Venezia è il profilo degli elettori; il dibattito si è animato in particolare sulla questione della volatilità elettorale. Nell’ultimo decennio abbiamo infatti visto molte leadership ottenere repentinamente grandi balzi in avanti nel consenso (Renzi, Movimento 5 Stelle, Salvini…) per poi perdere quest’ultimo con la stessa velocità. Giorgia Meloni seguirà una parabola simile o invece riuscirà a cementare il consenso che ha ottenuto? È quindi rilevante analizzare l’elettorato di Fratelli d’Italia e soprattutto verificare se si tratta di un elettorato fidelizzato che ripeterà la scelta nel futuro; se, in altri termini, attorno alla proposta di Meloni si riusciranno a coagulare una serie di interessi e di aspettative tali da consentire una tenuta delle percentuali di consenso odierne. In tal senso, saranno chiaramente importanti le elezioni europee del 2024. Un terzo aspetto riguarda la classe politica: col nuovo governo c’è stato un cambiamento nella conformazione del parlamento, anche in seguito alla riduzione del numero dei parlamentari. Ciò che viene spesso rimproverato a Fratelli d’Italia è di non avere una classe dirigente all’altezza: credo che la questione della formazione della classe politica sia centrale per tutti i partiti. È un tema che si ripropone ciclicamente. La stessa critica che oggi viene rivolta al partito guidato da Giorgia Meloni venne presentata dieci anni fa al Movimento 5 Stelle e trent’anni fa a Forza Italia. Certo, è il portato delle trasformazioni della forma partito, ma forse è il caso di aprire un dibattito serio sul punto: ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro che la formazione-educazione di una classe politica (e, in termini più ampi, di una classe dirigente) è essenziale per un buon funzionamento della democrazia. Specialmente con il passaggio dalla cosiddetta Prima Repubblica alla Seconda – con i relativi fenomeni di personalizzazione della politica, di utilizzo della televisione prima e dei social media poi – si è diffusa una preoccupante suggestione circa l’inutilità della competenza per fare politica. Mentre non solo è necessario “saper fare” politica per raccogliere consenso, ma, di più, è importante possedere anche delle qualità specifiche per governare le istituzioni. È un tema antico, che già nel tardo Ottocento – seppur in un contesto diversissimo da quello attuale – alcuni pensatori avevano ben colto, specie in relazione alle complesse dinamiche del regime democratico.

 

Rimanendo allora sulle caratteristiche della classe politica, com’è evoluto il sistema dei partiti in questo ultimo anno?

Antonio Campati: Innanzitutto, vi è stato l’exploit di Fratelli d’Italia: è fondamentale capire come il partito di Giorgia Meloni sia riuscito a costruire un consenso tale in soli dieci anni dalla nascita. C’è poi la questione legata agli sviluppi del Partito Democratico in seguito alla nuova segreteria, aspetto molto rilevante per la vita politica italiana nel suo complesso. Abbiamo ricordato che le ultime elezioni dell’alternanza sono state quelle del 2008, che erano le prime alle quali si presentava il Partito Democratico. Se si confronta la piattaforma programmatica di quel PD rispetto all’odierno, si osserva una mutazione significativa. È ancora presto per trarre conseguenze, ma bisognerà valutare se la segreteria di Elly Schlein avrà un ruolo decisivo nella riconfigurazione del partito. Intanto, è già un elemento non indifferente il fatto che è riconfluito nel PD il gruppo che aveva dato vita ad Articolo Uno. Al workshop si è poi parlato anche del destino di Forza Italia, seppur a poche settimane dalla morte del fondatore: bisognerà capire se FI riuscirà a proseguire la propria attività e con quale profilo identitario e ideale. Per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle, anche in questo caso occorrerà capire se la leadership di Giuseppe Conte sarà rivolta a portare il Movimento verso un’alleanza stabile con il PD. Sicuramente ciò non avverrà in vista delle elezioni europee, dal momento che si voterà con il sistema proporzionale, che quindi invoglia i partiti ad accentuare le proprie specificità. Il cosiddetto Terzo Polo sembrerebbe ormai sfaldato, ma la scelta di Renzi di candidarsi potrà aprire nuovi scenari. In generale, a Venezia tutti gli studiosi convenivano sul fatto che i partiti sono in una fase di profonda evoluzione. Siamo abituati a discorsi del genere, ma non bisogna dimenticare che non è sempre stato così: una volta che si era stabilizzata la leadership di Berlusconi con Forza Italia, non ci sono state grandi evoluzioni, almeno all’interno del centro-destra. Tornando alla Prima Repubblica, poi, le segreterie del Partito Comunista, affermate in seguito ad un congresso, rimanevano stabili, così come quelle della Democrazia Cristiana e degli altri partiti di massa: in breve, il congresso eleggeva un segretario con una linea politica, che quasi sempre non era condivisa da tutti gli aderenti, ma che comunque veniva portata avanti almeno fino al congresso successivo. Questa dinamica è un lontano ricordo. Le elezioni europee dell’anno prossimo saranno senz’altro un bilancio del sistema partitico italiano. Tanto più che la legge elettorale – come ricordavo – è proporzionale; quindi, ogni partito cercherà di far prevalere la propria identità. Il dibattito sulla possibilità di abbassare la soglia di sbarramento dal 4% al 3% è la conferma di una tale tendenza.

 

A proposito di elezioni: ampio spazio di discussione è stato dedicato alla questione – quanto mai critica al giorno d’oggi – della partecipazione, che si incrocia anche con le nuove logiche della discussione pubblica, influenzate dagli sviluppi tecnologici dei media. Quali spunti sono emersi?

Antonio Campati: C’è innanzitutto il problema dell’astensionismo: il dato è inquietante per chi crede che un’ampia partecipazione sia un cardine del buon funzionamento democratico. Anche se, come abbiamo letto in un recente articolo su Pandora Rivista che mappava le differenti posizioni sul tema, ci sono pure studiosi che ritengono l’opposto, e cioè che una democrazia possa funzionare lo stesso (o addirittura meglio) se vi partecipa una fetta ristretta di popolazione. Un secondo tema cruciale è la crisi – se non direttamente la fine – del dibattito pubblico, ovvero la questione legata alla partecipazione attiva dei cittadini, ad esempio nella definizione progettuale quando si tratta di discutere di opere di interesse nazionale. In questo ambito l’esperienza francese è paradigmatica; in Italia ci sono stati vari esperimenti, più o meno di successo, ma ora siamo in una fase di stallo. Il tema è interessante perché occorre costruire canali per rivitalizzare la partecipazione politica dei cittadini. Un terzo aspetto è legato al pluralismo dei media: abbiamo ascoltato dei massmediologi che ci hanno illustrato come sta cambiando sia il pubblico sia le dinamiche della televisione. La democrazia italiana deve fare i conti anche da questo punto di vista con la fine, ormai anche terrena, dell’esperienza di Berlusconi, che ha segnato una tappa decisiva del rapporto tra media e politica; nondimeno, bisogna tenere presente che il ruolo della televisione è ancora importante. Lo stesso Palano, nel suo libro sulla bubble democracy, avverte di non sottovalutare il ruolo della televisione, che è tutt’altro che superata. Certo, è anch’essa influenzata dalle logiche della comunicazione iperveloce, sempre più vicina a quella a cui ci hanno abituato X (Twitter), Instagram o TikTok: basti pensare a come sono condotti i talk show televisivi di approfondimento politico.

 

Come inquadrare questi fenomeni di profonda trasformazione della democrazia all’interno di uno scenario internazionale caratterizzato da una crisi della globalizzazione per come l’abbiamo vissuta negli ultimi decenni?

Antonio Campati: Su questo aspetto inevitabilmente la questione oggi ruota intorno alla guerra in Ucraina. Da una parte, si è preso atto che la posizione di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia è stata chiara fin da subito nell’opzione atlantista e di sostegno a Kyiv. Però, la questione internazionale rimane divisiva all’interno del sistema politico e all’interno dei singoli partiti. E questo tema sarà probabilmente ulteriormente sviluppato anche in vista delle elezioni europee: non escludo che qualche lista possa nascere e configurarsi proprio attorno al dibattito sulla guerra e sul sostengo all’Ucraina. Anche qui c’è un ruolo importante dell’opinione pubblica: al workshop abbiamo ascoltato la presentazione di un interessante paper sulla disinformazione e sul ruolo di potenze come la Russia nell’influenzare il dibattito degli altri Paesi. Questo è un tema cruciale anche per l’Italia. Infine, per quanto riguarda le caratteristiche attuali dell’assetto globale, è in corso all’interno di Polidemos una proficua riflessione sul rapporto tra democrazia, liberalismo e reti digitali transnazionali.

 

Questi sono i temi su cui si svilupperà l’attività di Polidemos nel prossimo futuro? Quali sono altre iniziative? 

Antonio Campati: Le linee di ricerca ruoteranno attorno ai cinque pilastri che ricordavo, dove i temi della partecipazione politica e della deriva illiberale di alcune democrazie avranno un ruolo di primo piano. Non a caso, abbiamo in preparazione due ebook proprio su questi temi, che usciranno nelle prossime settimane. Inoltre, nella programmazione della nostra collana editoriale, sono previsti un ebook sull’influenza delle destre estreme in Europa, curato da Valerio Alfonso Bruno, e uno dedicato all’America Latina, curato da Samuele Mazzolini. Naturalmente, proseguiremo anche con l’organizzazione di dibattiti, presentazioni di libri e workshop cercando di coinvolgere attivamente soprattutto giovani ricercatori, che già offrono un contributo significativo alla realizzazione della newsletter mensile di Polidemos, curata da Luca G. Castellin.

Scritto da
Giulio Pignatti

Dottorando di ricerca in Filosofia politica all’Università di Padova, dove si è laureato dopo un periodo di ricerca all’EHESS di Parigi. Collabora con una testata giornalistica locale ed è stato alunno del corso 2023 della Scuola di Politiche.

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