Dove va la Francia? Intervista a Nicola Genga

Genga

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Nonostante diversi punti su cui il Front National abbia chiaramente mostrato una postura che potrebbe essere definita “anti establishment”, si può dire che le ideologie di fondo tanto del programma di Macron quanto di quello di Le Pen non abbiano messo in discussione l’apparato di pensiero che vede nel mercato uno spazio governato da leggi naturali e che, pertanto, il compito dell’agenda pubblica sia solo quello di rimuovere le barriere al funzionamento di tali leggi. In Francia un’azione progressista mirata a mettere in discussione questo assunto, proteggendo al tempo stesso quanto di buono l’integrazione europea e l’internazionalizzazione hanno creato potrebbe raccogliere importanti successi alle elezioni oppure questo spazio è stato interamente coperto dal Front National? Che significato ha il risultato di Mélenchon?

Genga: Nel mio piccolo aderisco alla corrente di studi politologici che individua nel populismo di destra radicale la versione politicamente scorretta del mainstream neoliberale, in termini di inegualitarismo, di sostegno al mercato, di visione antropologica dell’uomo. E ritengo che tra destra radicale e destra conservatrice-moderata ci sia una differenza più di grado che di natura. Ma mi rento conto che sono posizioni che ormai suonano demodé. D’altronde Le Pen dice che non c’è più una contrapposizione tra destra e sinistra ma tra patrioti e globalisti, dunque perché non crederle? Ironia a parte, sostenere l’internazionalizzazione e l’integrazione europea da sinistra è un’operazione che diventa sempre più ardua e indicibile. In Francia la sinistra comunista e socialista ha potuto fare a meno di sbandierare queste parole d’ordine anche quando esse non erano ancora compromesse altrove, non so se avranno voglia di farlo proprio ora. Certo, Mitterrand e Delors si sono battuti molto per l’integrazione europea, è storia. Ma oggi lo spazio dell’europeismo è occupato saldamente da Macron. Bisogna al tempo stesso dire che Mélenchon non esprime un antieuropeismo pregiudiziale. Forse in questo sopravvive un pizzico di internazionalismo.

Quali sono le cause della crisi del Partito Socialista? Si tratta di una crisi storica irreversibile o esistono margini per un recupero di consenso, magari attraverso un ripensamento della propria identità e della propria proposta politica? Quali sono, nell’immediato e nel medio periodo, le prospettive dei socialisti?

Genga: Il Partito Socialista viene rifondato nel 1971, all’apogeo del socialismo europeo, negli ultimi anni di gloria dei partiti di massa (cosa che il Ps in realtà non è mai diventato), in una fase di crescente dialogo tra socialisti e comunisti, a sostegno di una leadership come quella di François Mitterrand. Condizioni che oggi non sussistono: il socialismo europeo è in agonia, i partiti sono sempre più evanescenti, quella famiglia politica ha bruciato tutti i propri potenziali dirigenti di spicco, con la sinistra radicale c’è lotta senza quartiere. Nell’immediato più che di prospettive parlerei di macerie, nel medio periodo ci sono possibilità di ricostruzione, ma rivedendo completamente il ruolo, le forme e il blocco sociale del socialismo prossimo venturo, o almeno eventuale.

Da un punto di vista più teorico, potrebbe essere utile costruire un dibattito, a livello di élite ma anche di opinione pubblica, sul ruolo di quello che Piketty chiama “capitalismo senza capitalisti” tipico della Francia dei Trente Gloriouses e quali sono le probabilità che ciò possa avvenire durante la presidenza di Macron, anche in virtù di un’Assemblea Nazionale molto probabilmente frammentata?

Genga: Credo che Macron sia persona culturalmente raffinata, e che quindi potrebbe dare spazio a una discussione di questo tipo, quantomeno nell’empito di concedere una sorta di “diritto di tribuna intellettuale”.

Dopo le ultime tornate elettorali in Olanda, Austria e Francia cosa resta dei movimenti populisti? Possiamo ritenere sconfitti questi soggetti politici oppure dobbiamo considerarli ancora pericolosi nonostante le sconfitte elettorali? Ancora più importante, i candidati che sono usciti vincitori da queste elezioni sapranno farsi carico di quei contesti e quelle problematiche da cui i partiti populisti hanno tratto linfa vitale o dobbiamo aspettarci ancora molte altre sfide elettorali preoccupanti?

Genga: Penso che i movimenti populisti resteranno al centro della scena ancora per molto tempo. Intanto perché non credo che il cosiddetto establishment abbia gli strumenti per offrire al popolo, qualunque cosa si intenda con questa parola, un miglioramento sostanziale delle sue condizioni materiali nel breve. E poi perché la retorica del populismo è in grado di alzare costantemente l’asticella delle rivendicazioni e di alimentare il risentimento, prospettando soluzioni tanto radicali quanto impraticabili. Una parte consistente dell’elettorato ha bisogno di incanalare la propria soddisfazione in proposte di rottura, e i populisti, per il fatto di essere costantemente all’opposizione e quindi di proporre ricette virtuali ma mai testabili, restano i migliori venditori di accattivanti promesse di rigenerazione.


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Lorenzo Cattani: Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Ricercatore tirocinante presso l'Osservatorio della Legalità gestito da Comune di Forlì e Università di Bologna. Matteo Rossi: Nato a Genova nel 1993. Nell'aprile 2016 ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università di Pavia, con una tesi sul rapporto tra esclusione e violenza politica. Dal 2012 è allievo del Collegio Ghislieri e dell’Istituto Universitario di Studi Superiori (IUSS) di Pavia.

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