“L’invenzione del diritto” di Paolo Grossi

Invenzione del diritto

Recensione a: Paolo Grossi, L’invenzione del diritto, Laterza, Roma-Bari 2017, pp. 238, 24 euro (scheda libro).


L’invenzione del diritto è un volume che raccoglie le riflessioni più recenti di Paolo Grossi, Presidente emerito della Corte costituzionale e fondatore del Centro studi per la storia del pensiero giuridico moderno, al quale gli studiosi devono oltre 100 monografie e i Quaderni fiorentini per la storia del diritto moderno[1].

Si tratta di una raccolta di scritti che ruota sull’idea del pluralismo delle fonti di produzione del diritto. Secondo l’autore, dopo decenni di dominio della legge intesa come unica espressione autorizzata della volontà popolare, la scienza giuridica deve liberarsi della “pigrizia” che tende a caratterizzarla, abbandonare la convinzione che lo Stato sia l’unico soggetto autorizzato a creare norme giuridiche e dedicarsi all’invenzione del diritto. Il significato di invenzione per Grossi non è quello di uso comune, ma quello che in latino avevano il verbo invenire e il sostantivo inventio: cercare per trovare qualcosa. Tra i compiti del giurista vi è dunque quello di reperire il diritto che si forma spontaneamente nell’ambito della società.

Nello sviluppare il suo discorso in prospettiva storica, Grossi individua tre periodi caratterizzati da altrettante tendenze, che tendono inevitabilmente a sovrapporsi nei momenti di transizione: romano-medioevale, moderno e pos-moderno. Il primo periodo comprende l’esperienza formativa del diritto romano e quella medievale, tutt’ora alla base degli ordinamenti di common law: nei quali, almeno in teoria, le sentenze dei giudici prevalgono nei confronti della legge dello Stato.

Si tratta di ordinamenti «alieni dal concepire il giuridico intrinsecamente vincolato al potere politico ed espressione di questo, alieni da una visione autoritaria (perché meramente potestativa) che lo collega a un comando piombante dall’alto sulla società chiamata unicamente all’obbedienza. In ordinamenti così contrassegnati è, invece, chiaro il nesso genetico tra società e diritto, la sua intima storicità e, quindi, il suo carattere di tessuto ordinante di quella, realizzandosi in una articolazione pluralistica che coglie, come protagonisti, accanto al legislatore, i giuristi, coloro che sanno di diritto, che sono esperti di un sapere specifico e anche tecnicissimo […] tutti, ovviamente, impegnati in una attività di invenzione» (p.115).

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’invenzione del diritto in prospettiva storica

Pagina 2: L’invenzione del diritto tra modernità e pos-modernità

Pagina 3: L’invenzione della Costituzione


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Dottore di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate presso l'Università Sapienza di Roma. Consulente politico, saggista e giornalista. Si occupa di Teoria e Storia delle costituzioni e dei partiti.

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