Parzialità e autonomia del politico, la riflessione politica di Mario Tronti negli anni ’70

Mario Tronti anni Settanta

Il contributo che qui presentiamo si inserisce in una collaborazione con Prospettive italiane, gruppo di ricerca promosso da alcuni studenti di filosofia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, inaugurata da una recensione a Il demone della politica. Antologia di scritti (1958-2015) di Mario Tronti, curato da Matteo Cavalleri, Michele Filippini e Jamila M. H. Mascat e proseguita da un articolo che ripercorrere la densità teorica del primo periodo della riflessione trontiana (1958-1967), a cui è dedicata la prima sezione del volume Il demone della politica intitolata Il punto di vista. Questo articolo affronta la riflessione di Tronti del decennio tra il 1970 e il 1980.


La riflessione di Mario Tronti è stata ed è costitutivamente legata alla storia, concepita in risposta ad esigenze di carattere teorico e politico che il divenire storico ha via via posto di fronte ad un pensatore capace di intessere un dialogo intenso con gli ultimi settant’anni di storia italiana. La riflessione del decennio tra il 1970 e il 1980 non costituisce un’eccezione. È per questo che raramente si potranno leggere riflessioni epistemologico-metodologiche prive di quell’attaccamento alla carne viva della storia che assicura il battito, e il ritmo, alla riflessione di Tronti.

 

Marxismo e crisi delle scienze

Non deve sorprendere, quindi, che in uno scritto del 1976, Teoria e politica. Scienza e Rivoluzione (relazione a un seminario dello stesso anno organizzato a Siena da Mario Rossi), certamente lo scritto più denso per quanto riguarda gli aspetti metodologici, Tronti esordisca con un netto «Non è un problema di metodo» (p.313). Eppure, in questo breve ma densissimo intervento e poi, con ritmo meno forsennato, in tutti gli scritti del decennio, Tronti mette in luce un limite epistemologico e metodologico dell’analisi marxista (più che marxiana). Questo limite ha una precisa radice storica e costituisce un freno per una pratica politica effettuale in un tempo che, invece, richiederebbe una decisa spinta in avanti. Nota Tronti che «la miseria della politica riguarda solo il pensiero» (p.314), la pratica politica, che di questo pensiero imbrigliante riesce a fare a meno – come sarà chiaro nell’analisi della classe operaia americana – è più ricca, raffinata ed effettuale. La riflessione teorica marxista, insomma, rimane indietro rispetto a delle avanguardie di pratica politica, anzi, rischia di fungere da freno per una effettuale politica pratica. Resta indietro in quanto ha mancato l’occasione di ripensarsi all’altezza di uno snodo storico e culturale occorso nei primi del Novecento. I bersagli polemici sono chiari, espliciti: György Lukács, Karl Korsch e i francofortesi i quali avrebbero contribuito ad una interiorizzazione della lotta di classe, imperniata sull’alienazione dell’individuo. Questo è accaduto, spiega Tronti, perché il marxismo, a differenza di una parte della grande cultura borghese, Max Weber su tutti, ha mancato un passaggio fondamentale. «La crisi delle scienze non è passata attraverso il marxismo […] o il marxismo non è passato attraverso la crisi delle scienze» (p.317). Detto altrimenti: il marxismo la cui vocazione è quella di essere non ideologia ma scienza della società è rimasto ancorato a un’idea di scienza e di scientificità newtoniana, antecedente alla crisi rivoluzionaria che le scienze hanno attraversato a inizio Novecento. La malattia che impedisce al marxismo di essere un paradigma interpretativo e d’azione effettuale è una sorta di sindrome del sistema chiuso, eredità di un certo hegelismo.

Il rimedio a questa malattia, per Tronti, è un composto di parzialità, relativismo e de-ideologizzazione. L’oggetto della riflessione – il rapporto capitalistico e quindi la società capitalistica che ne risulta – va interpretato dal punto di vista operaio: deve subire una torsione sulla parte operaia e deve essere rideclinato, modernizzato e sviluppato a partire dal punto di vista di chi conduce la lotta, e non in nome di una teoria che vada oltre le parti, di un’oggettività imparziale. Questo deve essere il risultato del principio di indeterminazione applicato alle dinamiche sociali. L’oggettività si deve costruire a partire da un punto di vista soggettivo, operaio, «questo è il punto di partenza teorico e il risultato storico» (p.320) cui deve approdare la riflessione operaia passata attraverso la crisi delle scienze. Una liberazione della prassi che la riporti a essere ciò che era per Marx e soprattutto per Lenin: non rispecchiamento dell’oggettività sociale e politica, ma essa stessa principio trasformatore, forza oggettivizzante. In politica la forma della scienza non sta nella capacità di rispecchiare il reale, ma nella potenza di organizzazione sociale, nell’energia che dimostra di avere nel rideclinare il reale in funzione del suo punto di vista. Questa nuova oggettività del punto di vista operaio non potrà più prescindere dalla soggettività che ne è parte costitutiva. Su queste basi si deve sviluppare una nuova scienza operaia, «non della verità si tratta, e non della conoscenza, ma di chi vince la lotta, di chi ha più forza e sa di averla, perché l’organizza» (p.321). La domanda che sorge è se possa esserci una scienza di classe che non sia ideologia di classe. La risposta si estenderà lungo un decennio di riflessione: «Si, se dietro c’è la crisi delle scienze, si, se prima c’è stato quel tipo di rivoluzione scientifica, che ha rovesciato la forma di lettura dei fatti» (p. 320). Questa di esigenza di rinnovamento della riflessione marxista attraverso la critica al dialettismo e il passaggio attraverso la crisi delle scienze, non è un’esigenza isolata del pensiero trontiano. All’inizio di questo decennio si colloca la collaborazione di Tronti con la rivista «Contropiano», un centro di elaborazione intellettuale che si interrogò anch’esso sulle possibilità di rinnovare l’impianto teorico marxista e quello del pensiero di sinistra in generale. Tra i fondatori di «Contropiano» (1968-1971), assieme a Alberto Asor Rosa e Antonio Negri, è certamente Massimo Cacciari a intraprendere una linea di riflessione caratterizzata da obiettivi non lontani da quelli di Tronti. L’elaborazione cacciariana su questi temi acquisisce la sua formulazione più chiara e completa in un saggio che risultò essere molto influente sulla cultura dell’epoca: Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo del 1976. Testo denso e complesso, nella cui sezione più esplicitamente filosofica è proposta una riformulazione del pensiero marxista attraverso la lente della crisi delle scienze. Tale passaggio si attua anche attraverso un’originale interpretazione di due grandi figure filosofiche: Nietzsche, interpretato come riformatore del pensiero scientifico attraverso la logica del Wille zur Macht (Volontà di potenza), e Wittgenstein la cui svolta di pensiero è letta come un avvicinamento, seppur non portato fino in fondo, alla posizione nietzscheana e all’epistemologia influenzata dalla crisi delle scienze.

Su «Contropiano» era uscito un articolo – Classe Operaia e sviluppo – in cui Tronti tentava già, nel 1970, una ricomposizione teorica del movimento, una «teoria generale di parte operaia» (p.240). Questa, scrive Tronti, dovrà vivere di due momenti: «un’auto-analisi storica del punto di vista operaio» (Ibidem) e l’apertura di «nuove dimensioni della politica» (p.241). Il primo momento consisterà in una genealogia del punto di vista operaio che porti alla luce la logica dei nodi storici che ne hanno scandito la genesi e la vita, un’analisi che dovrà giungere fino alla situazione presente per evidenziarne le criticità e le possibilità di sviluppo; parallelamente sarà necessario aprire nuovi spazi per l’azione politica, mettendosi alle spalle il vecchio mondo dei valori e guardando a una serie di pratiche volte a obiettivi concreti, precisi in attesa di una generale ricomposizione teorica del movimento. Insomma, occorre ricostruire una teoria a partire dall’analisi storica della propria parte, e attraverso vittorie circoscritte ma tangibili, che mostrino-dimostrino la forza di un punto di vista operaio capace di oltrepassare sia la rassicurante, ma inefficace, teoria marxista ortodossa ferma all’Ottocento, sia quel marxismo degenerato nell’interiorizzazione e nell’individualizzazione della lotta – emblematico della riflessione francofortese – secondo Tronti.

 

Tronti e il politico come strumento tattico

Il punto di vista operaio, di parte, apre dunque la possibilità di pensare in termini tattici le lotte e porta Tronti a tematizzare una categoria marginale nella tradizione marxista: il politico. Sono proprio questi gli anni in cui Tronti lavora su uno dei concetti più noti della sua teorizzazione, l’autonomia del politico, che fa la sua comparsa nel post-scritto a Operai e capitale (1970), ma è sviluppato per la prima volta in seminario a Torino del 1972 alla presenza di Norberto Bobbio. Sono anche gli anni in cui Tronti si riavvicina al PCI: proprio a causa di questa svolta riceve forti critiche da parte del mondo operaista (cfr. introduzione p.23) e su questo punto matura la separazione teorica da Toni Negri (cfr. Toni Negri, sull’autonomia del politico di Tronti, 2019). Se con il termine “politico” Tronti riassume l’azione dello Stato, delle istituzioni e del ceto politico insieme, con “autonomia” intende qualcosa che riforma radicalmente un aspetto portante del marxismo ortodosso: il politico non solo ha la capacità di gestire i ritmi dello sviluppo del capitalismo, ma configura un proprio ciclo in larga parte indipendente da quello economico.

La prima grande scoperta concerne lo scarto fra la temporalità propria del capitale e quella del politico. Il politico è in ritardo sullo sviluppo del capitale, ma questo fatto non è dovuto essenzialmente a una necessità di adeguamento continuo della struttura alla sovrastruttura, piuttosto è la logica complessiva dello sviluppo capitalistico che richiede la mediazione del politico. Il politico ritarda l’azione del capitale e così «assorbe e impedisce che esplodano le stesse contraddizioni critiche cui da luogo il movimento dello sviluppo» (p.288). La mediazione del politico costituisce un vero e proprio meccanismo di autodifesa allo sviluppo del capitale, che di per sé è connotato da una irrazionalità politica nella gestione delle sue stesse crisi e, in alcuni casi, nella gestione dei rapporti di forza con la classe operaia. Il politico emerge nella sua autonomia in quanto controlla le temporalità di sviluppo del capitale.

«La seconda grande scoperta è, secondo me, l’esistenza di un ciclo politico del capitale, cioè di una ciclicità del suo sviluppo politico che ha una sua specificità rispetto allo stesso ciclo economico classico del capitale» (p.289) scrive Tronti, sempre ne “L’autonomia del politico”. I meccanismi di regolazione dello sviluppo del capitale sono molteplici, uno di questi è l’intervento dello Stato che può determinare un’avanzata politica del capitale per far fronte a una crisi di sviluppo (come negli Stati Uniti dopo il 1929) o può frenare lo sviluppo politico che l’evoluzione dei rapporti di forza materiali implicherebbe (come nell’Italia degli anni Sessanta). In ogni caso l’analisi dello sviluppo storico diventa più complessa perché il conflitto tra le due classi in lotta si sviluppa sui due piani, quello politico e quello economico, ma anche tra i piani stessi, dove il politico ha la forza di gestire il ritardo e, in alcuni casi, l’accelerazione dello sviluppo economico (cfr. M. Filippini, Punto di vista e autonomia del politico. Mario Tronti e l’Italian theory, in P. Maltese, D. Mariscalco (a cura di), Vita, politica, rappresentazione. A partire dall’Italian Theory, ombre corte, 2016 p.90).

L’autonomia del politico ha d’altronde radici storiche profonde che i corsi all’Università di Siena sono per Tronti l’occasione di ripercorrere. Particolarmente significativo in questo senso è il testo del 1977 Hobbes e Cromwell, dove è analizzata la nascita della macchina statale moderna: la New Model Army di Cromwell è secondo Tronti legato strettamente alla teorizzazione dello Stato data da Hobbes ed entrambi aprono un’epoca in cui il potere statale è produttore autonomo di innovazione. Agli albori dello Stato moderno nel 1600, come nelle crisi del 1900, si rende più evidente lo scollamento dei due cicli (politico e economico), mentre i secoli centrali dello sviluppo capitalistico hanno rappresentato un periodo di maggior sovrapposizione dei piani, inducendo il marxismo a una teorizzazione semplificata del loro sviluppo. Il finale del testo del 1977 è il manifesto del nuovo programma politico-teorico, in perfetta consonanza con l’Autonomia del politico:

«Un nuovo orizzonte di pensiero chiede oggi di precipitare in una pratica di alto livello. Questa è la dimensione del politico operaio. Si tratta di decidere se è meglio per questo il morso del cane rabbioso di una teoria realistica dello Stato, o le fusa di quel gatto selvaggio addomesticato che è l’ideologia ex-rivoluzionaria dei limiti del potere statale» (p.368).

Lo Stato come strumento della lotta operaia è al centro di quella necessaria dimensione tattica della lotta che, come detto, è supportata sul piano teorico dalla rivoluzione epistemologica di un punto di vista parziale sulla società. Il nuovo approccio alla lotta operaia è reso necessario dall’analisi storica che mostra come la ricomposizione sia obiettivo strategico di lungo periodo e, d’altronde, sul piano strategico la classe operaia si rivela sempre la classe dominata (p.302). Ma Tronti, proprio sulla base di un discorso di parte che non presuppone alcun determinismo storico ma anzi libera uno spazio di indeterminazione per l’azione, si rende conto delle potenzialità della situazione: pur essendo la classe operaia dominata sul piano strategico essa può tatticamente usare il politico per comandare il rapporto di forze nell’intermezzo storico. La classe operaia non è destinata ad essere solo dominata se riesce a orientare lo Stato ai suoi interessi, cercando di renderlo più agile e efficace per superare l’arretratezza politica del capitalismo stesso. Secondo Tronti, una grande iniziativa politica del capitale manca dai tempi di Roosevelt ed è probabilmente alle porte, si tratta dunque di anticipare il capitale sul terreno della sua iniziativa politica.

Proprio le lotte della classe operaia americana tra il 1933-1947 (analizzate nel post-scritto a Operai e capitale del 1960) sono un esempio di come gli operai abbiano messo il capitale contro i capitalisti, piegando la mano pubblica dalla loro parte (p.267). Si assiste in questa fase storica a un contro-bilanciamento dei poteri storicamente inedito, basato sull’organizzazione e su un approccio pragmatico alla lotta che ha certo fatto leva sulla questione del conflitto tra salario e profitto. La classe operaia americana non è riuscita, infine, a concretizzare il proprio sforzo accontentandosi dei risultati raggiunti, ma ha dimostrato che è possibile direzionare a proprio vantaggio le aperture politiche del capitale, che a sua volta non può fare meno delle lotte operaie in quanto «insostituibile strumento di autocoscienza» (p. 258) e termometro delle sue contraddizioni. La classe operaia americana è dunque un esempio della potenza del politico da tenere in considerazione perché ha strutturato un rapporto di forza tipicamente marxiano, secondo Tronti sulla scia dell’insegnamento di Lenin. Proprio come il più grande genio tattico della storia del marxismo, la classe operaia americana ha saputo orientare il pensiero borghese a vantaggio della sua prospettiva di classe, servendosi della macchina statale. È questa agli occhi del pensatore romano forse l’ultima carta che ha in mano la classe operaia nel pieno degli anni Settanta.

Un ultimo aspetto interessante, poco analizzato e stimolante in una prospettiva contemporanea, è quello riguardante la sostituzione tecnologica del lavoro. Il tema è brevemente ma densamente trattato in Classe Operaia e Sviluppo del 1970 (pp.234-236). Qui Tronti concede ipoteticamente la possibilità tecnica di una sostituzione del lavoro vivo nella fabbrica, e sostiene la necessità della classe operaia non più sulla base del suo ruolo costitutivo all’interno del ciclo produttivo bensì appellandosi alla sua indispensabilità politica per il capitale. Infatti, da un lato il conflitto con la classe operaia è il motore, per Tronti, dell’innovazione politica del capitale, dall’altro la conservazione del “modello fabbrica” esteso alla società funge da apparato di controllo e razionalizzazione del corpo sociale. È possibile che questa indispensabilità politica, se pensata in riferimento ai soggetti sociali del nuovo millennio, sia un freno, interno allo sviluppo capitalistico, alle prospettive di automazione massiva del lavoro?


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Marco Dal Pozzolo è dottorando in filosofia all’Université de Bourgogne, laureato e diplomato all’École Normale supérieure di Parigi con una tesi sul concetto di organismo. Membro fondatore del gruppo Prospettive Italiane, collabora con la rivista Officine filosofiche. Si occupa principalmente di biopolitica e filosofia del vivente. Otello Palmini è laureato in Scienze filosofiche all'Università di Bologna con una tesi dal titolo "Dialogare con i Padri. Prospettive umanistico-rinascimentali sul pensiero attualista" in corso di stampa. Membro fondatore del gruppo prospettive italiane. Tra gli interessi di ricerca: filosofia italiana e tedesca contemporanea, connessioni tra filosofia, urbanistica e nuove teconologie.

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