Note per una politica industriale
- 28 Maggio 2017

Note per una politica industriale

Scritto da Lorenzo Cattani ed Enrico Cerrini

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PMI e politica industriale

Tra le cause dell’assenza di coordinamento tra le PMI vi è spesso una carenza di cultura imprenditoriale (l’analisi e la ricerca di mercato sono attività che una grossa fetta di PMI ancora non conduce) e una strategia nazionale appena abbozzata. Le PMI si dovrebbero dotare di personale dirigenziale che abbia acquisito conoscenze adatte nel tracciare una strategia ad ampio respiro e che possa coordinarsi con una forza lavoro qualificata, in grado di acquisire facilmente quelle competenze specialistiche fondamentali nel processo di produzione dei beni manifatturieri. È infatti fondamentale che, alla luce dei dati Istat 2017, le PMI riescano a delineare strategie imprenditoriali che permettano guadagni di efficienza.

Dal punto di vista occupazionale, una politica industriale lungimirante dovrebbe muoversi in due direzioni. La prima è quella di superare la politica di flessibilità esterna del mercato del lavoro. Questa strategia sfrutta la flessibilità come mezzo per contenere il costo del lavoro, perseguita ad esempio tramite l’espansione del lavoro atipico. Questo sistema, al di là della valutazione necessaria delle sue implicazioni sociali, potrebbe essere efficace solo se venisse sfruttato dalle aziende per risparmiare e concentrarsi sulle attività più importanti. In Italia, però, è molto improbabile che questo possa avvenire efficacemente perché le aziende del Made in Italy necessitano di investimenti specifici nella specializzazione e nella creatività operaia, abilità che possono essere acquisite solo in azienda, con un investimento adeguato sul capitale umano.

Una soluzione potrebbe essere quella di passare da una flessibilità esterna ad una flessibilità funzionale, in cui l’impresa investe sull’aggiornamento delle competenze della propria forza lavoro e i lavoratori possono coprire più ruoli all’interno dell’azienda. L’effetto allocativo, cioè la misura in cui la forza lavoro tende ad essere allocata nelle imprese con migliore performance, è negativo per medie e grandi imprese. Solo le piccole e le microimprese mostrano dati positivi, suggerendo che il maggior grado di flessibilità strutturale faciliti la riallocazione delle risorse. In questo senso, la flessibilità funzionale, puntando a formare forza lavoro di qualità all’interno dell’azienda, potrebbe rappresentare un importante argine a questo problema.

Questo criterio sarebbe particolarmente utile nei momenti di cambiamento della struttura della domanda dei beni. In questi casi, le grandi imprese sono solite il necessario cambiamento dell’offerta di prodotti sui propri fornitori, ovvero le PMI, le quali sono di conseguenza più esposte ad una riorganizzazione del lavoro. Tale riorganizzazione potrebbe essere facilitata da forme contrattuali atipiche volte a favorire il reimpiego dei lavoratori qualificati in mansioni diverse all’interno della stessa azienda. Una forza lavoro qualificata, esperta e flessibile potrebbe fare da ponte per l’inserimento di nuovo personale in azienda (assicurandosi di inserire lavoratori sempre più qualificati), facilitandone l’inserimento, sia a livello dirigenziale che lavorativo.

La seconda direzione potrebbe essere quella di lavorare sulla fornitura di sussidi di disoccupazione finanziati dallo stato, che potrebbero essere assicurati a condizione che le parti sociali raggiungano un accordo sulla riassunzione dei lavoratori licenziati in seguito ad uno shock economico. In questo modo si verrebbe incontro sia alle necessità dei datori di lavoro, di restringere la forza lavoro per superare momenti di difficoltà sapendo che però non perderanno il capitale conoscitivo, che dei lavoratori che saprebbero di essere riassunti non appena venisse superato il momento di difficoltà. Qualora un simile accordo non venisse raggiunto, la fornitura di sussidi cadrebbe sulle spalle degli imprenditori.

Dal punto di vista strategico, lo sviluppo della rivoluzione fondata sull’utilizzo e la condivisione di grandi quantità di dati e sull’impiego di macchinari che rispondono agli stimoli della rete, necessita di colossali sforzi in ricerca e analisi dei dati. Tali attività potrebbero essere espletate da una massa di soggetti che favorisca il trasferimento tecnologico verso le PMI. In questo senso, il MIUR ha pensato otto Cluster Tecnologici Nazionali, ovvero partnership tra soggetti pubblici e privati che sviluppano progetti di ricerca aperti, in grado di essere sfruttati dalle imprese interessate. Dato che solo uno dei cluster ha avuto risultati concreti, questi strumenti potrebbero essere potenziati, aumentandone il coinvolgimento statale e snellendone la formazione e i processi decisionali. In generale potrebbe essere consigliabile incentivare la sinergia fra ricerca pubblica e privata, dove le università si occupano della ricerca di base, permettendo alle imprese di concentrarsi su quella applicata.

Sulla stessa lunghezza d’onda, appare importante una riforma dei diritti di proprietà intellettuale che liberi l’accesso a quei brevetti che possono aumentare la competitività del sistema manifatturiero.

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Lorenzo Cattani ed Enrico Cerrini

Lorenzo Cattani è laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna con una tesi su "Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania". Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School. Enrico Cerrini ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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