Il Qatar tra indipendenza e soft power

Qatar

Esattamente un anno dopo il suo inizio, la crisi diplomatica tra il Qatar e il blocco Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto non ha ancora trovato soluzione. Nel corso di questi 12 mesi, Doha ha mostrato una sorprendente capacità di resilienza politica ed economica, riuscendo a resistere all’embargo imposta da Riyad anche grazie agli aiuti provenienti dall’Iran e dalla Turchia.

La lunga crisi qatarina ha reso evidenti le complesse dinamiche interne del Consiglio di Cooperazione del Golfo, organizzazione regionale che appare compatta solo ad uno sguardo superficiale, ma anzi sempre più chiaramente divisa in tre grandi blocchi: l’asse Arabia Saudita, UAE e Bahrein, il battitore libero Qatar e i mediatori Kuwait e Oman. In questo contesto frammentato si inserisce la fluidità delle dinamiche politiche regionali e globali, con gli Stati Uniti di Trump che premono duramente sull’Iran, la Russia che collabora con Riyad per gestire favorevolmente il mercato del greggio e, allo stesso tempo, si dichiara disponibile a vendere armamenti pesanti a Doha[1], e la Cina che si offre come mediatrice e continua ad espandere i propri interessi economici nel Golfo[2].

Quindi, vista l’importanza di questa lunga crisi nel contesto regionale del Medio Oriente, ad un anno dalla rottura delle relazioni diplomatica tra Doha e Riyad, è utile ripercorrere le ragioni profonde della frattura politica, forse insanabile, che, per ragioni diverse ma spesso sovrapponibili, divide il Qatar dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto.

A margine della crisi diplomatica del 5 giugno, il magazine americano The Atlantic pubblicava una puntuale analisi storico-politica in cui al Qatar era sagacemente affibbiata la qualifica di “figlio problematico” del Golfo Persico[3]. È proprio questa idea di indipendenza e devianza, perfettamente fotografata dall’Atlantic, a costituire il leitmotiv della politica estera di Doha fin dall’indipendenza dal giogo britannico del 1971.

Lo scontro con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Egitto non rappresenta, dunque, un’escalation inattesa o imprevedibile nel microcosmo del Golfo Persico: nel perseguire i propri interessi strategici ed economici, il Qatar si è sempre dimostrato eclettico e disponibile ad ingaggiare una competizione politica ed ideologica diretta con gli attori regionali, sostenuta dalla poderosa macchina mediatica di Al-Jazeera, grimaldello della famiglia al-Thani e progressivamente diventato il principale network mediatico del mondo arabo.

Trattare organicamente le ramificazioni della politica estera qatarina richiederebbe molto più tempo e spazio di quello a disposizione. Per questa ragione l’obbiettivo di questo articolo è quello di individuare alcuni elementi cardine dell’eclettismo di Doha, sia in termini di policy che di principi di politica estera, riservando un approfondimento al ruolo di Al Jazeera come strumento di soft power.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: La crisi diplomatica

Pagina 2: Il Qatar e la competizione geopolitica nel Golfo Persico

Pagina 3: Un modello di soft power contemporaneo?


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Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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