“Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?” di Graham Allison

Trappola di Tucidide

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Un ritorno della storia? Il pattern tucidideo e l’ascesa della Cina

Per decenni gli studiosi si sono divisi sul significato che lo storico greco assegnò alla guerra intercorsa fra Atene e Sparta. Ciò nonostante, le sue parole tuonano ancora oggi lapidarie: «Fu l’ascesa di Atene e la paura che quest’ultima instillò in Sparta che rese la guerra inevitabile». Una frase che ricorre più volte tra le pagine del libro, ed è a tutti gli effetti il manifesto metodologico dell’Autore. Sintetizzando i risultati più salienti di un progetto imponente[2], Allison dimostra i fondamenti teorici della ‘trappola di Tucidide’ come fenomeno storico, applicandolo poi come modello al caso studio sino-americano: «[…] riguarda il naturale quanto inevitabile scombussolamento che si genera quando una potenza in ascesa minaccia di spodestare il potere dominante» [p. 24]. Una serie di dinamiche – influenzate da quelli che l’Autore ricorda siano i ‘fattori tucididei’ quali «interessi, paura e onore» – che si sono ripresentate, seppur con attori, contesti e risultati cangianti, più volte nel corso dei secoli e con implicazioni davvero decisive nel plasmare gli affari internazionali.

A partire dall’analisi della guerra del Peloponneso, l’Autore raccoglie queste evidenze passando in rassegna alcuni dei sedici casi studio individuati in un arco temporale che si estende dalla fine del XV secolo sino alla Guerra Fredda. Dodici di questi si risolsero in un conflitto armato. In questo excursus vengono innanzitutto evidenziate le condizioni economiche e geopolitiche e infine discusse strategie e scelte che indussero potenze in ascesa come le Province Unite a sfidare l’egemonia commerciale britannica, o come il potere crescente degli Asburgo di Carlo V pose una minaccia al primato francese in Europa. A cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, l’embargo petrolifero degli Stati Uniti, imposto ad un ambizioso Impero giapponese che sfidò apertamente il dominio americano sul Pacifico, obbligò Tokyo a escogitare un attacco preventivo a Pearl Harbor. Un denso capitolo è infine dedicato ai prodomi della Grande Guerra, in particolare al riarmo navale e alle ambizioni imperiali della Germania di Guglielmo II che spinsero la Gran Bretagna a «vedere in Berlino il suo nemico principale» [p. 145]. Un giudizio che finì per «condizionare» (in termini militari e diplomatici) le azioni britanniche per preservare la sicurezza della madrepatria: l’equilibrio di potenza europeo.

Oggi, è la Cina di Xi Jimping a vestire i panni dello sfidante, ma in che misura? Il titolo del capitolo è inequivocabile: Il più grande attore nella storia del mondo. È curioso notare come negli eventi spartiacque nella storia contemporanea cinese gli Stati Uniti abbiano giocato un ruolo decisivo. Dal mancato intervento nella guerra civile, passando al riavvicinamento negli anni Settanta sino all’ingresso della Cina nel WTO. «Forse abbiamo creato un Frankenstein», affermò Richard Nixon, quasi a confermare il ‘paradosso dell’onnipotenza’[3]. Allison, aldilà dei sensazionalismi, ci fornisce una fotografia nitida e schietta dell’ascesa cinese. Cogliendo le brillanti analisi di Lee Kuan Yew, a suo dire l’osservatore della Cina più importante al mondo[4], ci guida in un’esaustiva disamina sui dati, i fatti e le correnti di pensiero per pesare l’impatto dell’impressionante crescita economica del Dragone. «Nel corso di una sola generazione», scrive, «una nazione che non compariva in nessuna delle classifiche internazionali è balzata al primo posto» [p. 37] al punto da spostare l’orizzonte strategico dell’establishment americano verso l’Asia-Pacifico. Una risposta che risulta già tardiva: stando alla maggior parte degli indicatori, la Cina ha già superato gli Stati Uniti. Si possono discutere i criteri d’analisi o cambiare la prospettiva di giudizio della crescita cinese – ‘relativa’ o ‘assoluta’ – ciò nonostante, dalla crisi finanziaria del 2008 «il 40% dell’intera crescita mondiale si è realizzato in un solo paese: la Cina» [p. 46]. Impugnare i numeri è, tuttavia, uno sguardo incompleto. Non rendono giustizia a tre successi strepitosi ottenuti a partire dal 1980: la guerra, vittoriosa, alla povertà (oltre mezzo miliardo di persone sollevate dalla povertà assoluta); il balzo in avanti in R&S (specialmente nei settori STEM), istruzione e tecnologia; l’imponente modernizzazione delle forze armate. Questi sono i tre pilastri su cui Pechino punta per riscrivere gli equilibri di potere nella regione, e non solo. Facendo della geo-economia lo strumento prediletto della sua politica estera, la rete d’influenza cinese diverrà così attrattiva «da indurre persino gli alleati storici dell’America in Asia a cambiare assetto, orientandosi dagli Stati Uniti verso la Cina» [p. 62]. Di fronte a questi smottamenti tettonici negli equilibri globali, per gli americani l’idea di essere spodestati dopo oltre un secolo di supremazia risulta ancora «inconcepibile».

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[2] https://www.belfercenter.org/thucydides-trap/overview-thucydides-trap

[3] Noto paradosso teologico e filosofico in cui ci si domanda se un ente onnipotente possa creare un oggetto dotato di una caratteristica tale da mettere in crisi la sua stessa onnipotenza.

[4] Ivi., cit. p. 35. Lee Kuan Yew (16 settembre 1923 – 23 marzo 2015) è stato un politico singaporiano, fondatore e primo ministro della moderna Singapore. Cosmopolita e uomo di grande cultura, oltre che esperto di affari asiatici, fu un consigliere strategico molto richiesto a livello mondiale, comprese tutte le amministrazioni americane da Nixon a Barack Obama.


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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