Un Paese sempre più disuguale. Intervento di Gianfranco Viesti
- 17 Gennaio 2021

Un Paese sempre più disuguale. Intervento di Gianfranco Viesti

Scritto da Gianfranco Viesti

6 minuti di lettura

Pubblichiamo questo testo tratto dall’intervento, riveduto dall’autore, di Gianfranco Viesti al seminario svoltosi il 28 dicembre nell’ambito del ciclo “Ripensare la cultura politica della sinistra” promosso da Salvatore Biasco, Alfio Mastropaolo e Walter Tocci e dedicato alle politiche di governo nella società post Covid-19.


In questo intervento vorrei affrontare la questione della relazione fra la cultura politica della sinistra italiana e quella particolare dimensione delle disuguaglianze fra persone che è legata al luogo nel quale esse vivono. Si tratta di un aspetto molto importante della disuguaglianza: opportunità molto diverse nella vita di uomini e donne che vivono in contesti diversi. Parliamo di una questione storica in Italia, molto legata alle differenze tra i diversi territori. Ma anche di un tema di fondamentale importanza politica per l’oggi e per il domani. Nel marzo del 2018, circa il 40% degli elettori del Mezzogiorno ha votato per il Movimento 5 Stelle. Un voto di protesta, perfettamente comprensibile. Il legame tra il luogo dove si vive e la propensione ad esprimere un voto di protesta non riguarda solo l’Italia, ma rappresenta una tendenza propria di diversi Paesi europei. In Gran Bretagna lo si è visto con la Brexit, ma avviene nelle regioni più diverse: dal Nord-Est della Francia alle regioni della Germania dell’Est. Ma non è solo la protesta: il consenso per il centro-sinistra al Sud è sceso molto. E a quei livelli rischia di restare, anche in prossime elezioni. Perché?

Chi vive nel Mezzogiorno non aveva e non ha particolari ragioni per votare per il centro-sinistra (come ho provato più diffusamente a illustrare in La vendetta delle regioni che non contano, «il Mulino», 3/2018). L’atteggiamento largamente prevalente del centro-sinistra rispetto alle questioni delle disuguaglianze su base territoriale è stato quello di promuovere una competizione tra i territori, nella quale chi è più bravo, chi ha più frecce al proprio arco, è avvantaggiato; chi rimane indietro non ha fatto abbastanza. È una lettura che prescinde totalmente dalle condizioni strutturali dei luoghi e dalle diverse possibilità presenti in essi. Non si tratta soltanto di una lettura culturale.

Questa concezione ha ispirato molte scelte politiche dei governi in cui era rappresentato il centro-sinistra, specie dopo la crisi del 2011. Gli investimenti pubblici sono stati fatti non dove c’era più carenza, ma dove era presente maggiore domanda di mercato. Si è ammiccato all’idea che i servizi a disposizione dei cittadini potessero essere parametri al loro “merito”, nei termini del gettito fiscale che essi producono. Si è decentrato molto alle regioni ma il livello centrale non ha esercitato il suo ruolo di indirizzo e garanzia. Sono venute meno importanti politiche nazionali sui diritti sociali, non sono mai stati fissati i LEP – cioè i diritti di cittadinanza dei quali ogni cittadino dovrebbe godere – che dovrebbero essere un tema fondante della sinistra non c’è mai stato un utilizzo dei poteri sostitutivi. Vediamo, molto sommariamente, alcuni casi.

  • È successo che non solo gli investimenti pubblici si sono fortemente ridotti, ma è anche mutato il loro ruolo. Essi sono diventati, da fattore che serve sia per accompagnare lo sviluppo di chi è più forte sia per facilitare lo sviluppo di chi è più debole, uno strumento influenzato dalle dimensioni e dalle dinamiche dei mercati. Ferrovie, ad esempio, è un’azienda eccellente, che offre degli ottimi servizi, ma che non ha avuto più alcuna funzione pubblica, nel senso che ha utilizzato le risorse della fiscalità generale non per investire in tutto il Paese, ma – con il consenso della politica – per potenziare le reti dove essa ha ritenuto di guadagnare di più vendendo servizi di trasporto sul mercato (alta velocità: un’analisi, con tutti i dati è in Il trasporto ferroviario: in Italia nel XXI secolo: un Paese sempre più disuguale, «Economia e Politica», 2.12.2019).

 

  • L’atteggiamento del centro-sinistra ha avuto una grande incidenza nell’ambito dei grandi servizi pubblici, quelli che dovrebbero maggiormente caratterizzare una forza politica di sinistra. Pensiamo ad esempio alla scuola. Si ripete continuamente che una fetta piuttosto ampia di studenti – molti del Sud ma anche al Nord, specie nelle periferie fra gli immigrati – registrano apprendimenti insufficienti. Si sottolineano gli altissimi livelli di abbandoni nelle superiori. Ma se ne prende solo atto. Non c’è alcuna attenzione politica nazionale per le povertà educative.

 

  • Talvolta, tuttavia, l’inazione può essere persino preferibile a politiche, perseguite dai governi di centro-sinistra ad esempio nel caso dell’università, che hanno esplicitamente prodotto una contrazione molto selettiva del sistema (estesamente in La laurea negata. Le politiche contro l’università, Laterza 2018). Questo è avvenuto sulla base delle indicazioni di una intellettualità molto forte, prevalentemente milanese e di centro-sinistra, che sosteneva che non servisse un’università per tutti, ma solo poche università di eccellenza nelle quali convogliare le scarse risorse presenti. Il tema dell’università è molto interessante perché ci fa comprendere come la questione non riguardi solo il Mezzogiorno, ma in generale le aree deboli. Se prendiamo come esempio l’università di Genova, il suo andamento molto negativo degli ultimi dieci anni, corrisponde esattamente a quello delle università del Mezzogiorno (i dati sono in Le politiche universitarie, «Sinappsi» 3/2019). Queste politiche hanno espressamente legato le sorti delle università alla ricchezza e alla capacità finanziaria degli studenti del territorio. In Italia vige una norma secondo la quale ad ogni università spetta un certo numero di docenti, come ricambio di chi va in pensione, anche in proporzione al valore delle tasse pagate dagli studenti. Le università più “virtuose”, quindi, che meritano più docenti, sono anche quelle che hanno gli studenti più ricchi, o quelle che hanno le tasse più alte, o quelle che hanno aumentato di più le tasse universitarie.

 

  • Un altro esempio molto importante è rappresentato dalla sanità: gli italiani del Sud muoiono di tumore con un’incidenza maggiore perché godono di un’attività di prevenzione territoriale molto più scarsa. La situazione della sanità del Mezzogiorno dipende da tantissimi fattori, a cominciare dall’uso distorto delle risorse che è stato fatto prevalentemente nelle regioni del Sud (ma non solo: pensiamo ad esempio alla sanità in Lombardia). In questa situazione, si è intervenuti con la politica dei piani di rientro, il cui unico obiettivo è stato quello di ridurre i deficit e quindi la spesa, con il risultato finale di una riduzione del personale. E di un aumento della mobilità interregionale dei pazienti, certamente non sgradita alle regioni che li ricevono (insieme ai relativi finanziamenti). Alcune regioni del Sud sono state classificate a fine 2019 in zona arancione o in zona rossa per il contrasto al Covid-19, non perché avessero molti contagi, ma perché avevano pochi infermieri.

 

  • Un esempio molto importante riguarda l’attuazione della legge 42 sul finanziamento dei comuni e delle regioni. È una legge ragionevolmente equilibrata che doveva essere attuata: doveva essere definito in base a quali principi si dovessero finanziare i comuni. Sulla base dei dati, è emerso come il quadro della spesa storica italiana fosse pieno di iniquità: alcuni comuni erano molto meno finanziati di altri, specie al Sud. I comuni più finanziati, che avevano potuto contare anche su una buona amministrazione e che quindi godevano di un elevato livello di servizi, erano quelli della Toscana e dell’Emilia-Romagna. Quando si è trattato di cambiare queste norme si è creato un blocco politico nel quale molti rappresentanti del centro-sinistra hanno di fatto impedito che le norme potessero cambiare. I fabbisogni dei comuni sono stati fissati in larga misura in proporzione ai servizi erogati; si è deciso che la perequazione prevista dalla costituzione fra i comuni (fondo di solidarietà comunale) avrebbe dovuto valere solo per il 45% (adesso è cambiato: ci sarà una perequazione al 100% ma solo a partire dal 2030!).

 

  • Tutto ciò ha trovato sublimazione nella decisione della Regione Emilia-Romagna di affiancare le giunte leghiste del Veneto e della Lombardia nella loro richiesta di autonomia differenziata. Che non è una richiesta di buon governo ma che per i leghisti, come sempre, è richiesta di maggiori risorse a spese dei cittadini delle regioni più deboli, e che potrebbe produrre uno smantellamento di quello che rimane dei servizi pubblici nazionali (ampiamente in Verso la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza 2019).

Non vedo incentivi molto forti perché chi vive nelle aree più deboli debba volgere il proprio consenso all’attuale centro-sinistra italiano. È un tema molto rilevante. Per il carattere determinante dei voti del Mezzogiorno: non si vincono le elezioni senza conquistare molti più voti al Sud. Ma anche politicamente, per la questione delle disuguaglianze, delle diverse opportunità di cui gli italiani possono godere. Del “riconoscimento politico” di questo tema, della questione del divario economico e civile del Mezzogiorno. Riconoscimento che non c’è. L’unica soluzione che si prospetta ai meridionali, specie giovani, per avere maggiori opportunità nella vita è la migrazione in un altro luogo.

Nelle disparità territoriali si ritrova una dimensione molto importante delle disuguaglianze nelle situazioni e nelle opportunità che si sono create nel nostro Paese. Affrontare questo tema, significa ridiscutere profondamente i criteri in base ai quali sono state pensate e attuate le diverse politiche pubbliche; non si tratta di aspetti tecnici, ma di fondamentali questioni politiche, di indirizzo generale. Per ripensare la cultura politica della sinistra occorre ripartire anche da questo: dal suo divorzio con i cittadini del Sud.

Scritto da
Gianfranco Viesti

Professore ordinario di Economia applicata nel Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari. Si occupa in particolare di economia internazionale, industriale e regionale e delle relative politiche. Negli ultimi anni ha attivamente partecipato alla discussione pubblica italiana su molti temi, dal federalismo all’università, dal Mezzogiorno alle questioni urbane e alle politiche industriali, con le sue attività di ricerca e con interventi sulla stampa nazionale e sulle reti radiofoniche. Tra i suoi lavori: “Cacciaviti, robot e tablet. Come far ripartire le imprese” con Dario Di Vico (il Mulino 2014); “Viaggio in Italia. Racconto di un paese difficile e bellissimo” - curato con Bruno Simili (il Mulino 2017); “La laurea negata. Le politiche contro l’università” (Laterza 2018) e “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale” (Laterza 2019).

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]