Scritto da Giacomo Bottos, Antonio Francesco Di Lauro
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La corsa all’intelligenza artificiale sta riportando al centro del dibattito il ruolo dello Stato nella competizione economica internazionale, le configurazioni delle strutture di potere e i rapporti tra innovazione tecnologica, sicurezza nazionale e interessi industriali. In questa intervista, Alessandro Aresu analizza le strategie nel campo dell’intelligenza artificiale dei principali attori globali, ricostruendo le origini del Deep State statunitense e l’intreccio tra apparati pubblici e industria privata, nel contesto dell’evoluzione del complesso militare-industriale e della rivalità tra Stati Uniti e Cina.
Alessandro Aresu è saggista, consigliere scientifico di «Limes» ed esperto di affari internazionali. Tra le sue numerose pubblicazioni: La Cina ha vinto (Feltrinelli 2025), Geopolitica dell’intelligenza artificiale (Feltrinelli 2024) e Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia (Feltrinelli 2022). Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata su l’informatore, nell’ambito di una collaborazione con Unicoop Firenze.
Il 1° settembre 2026 il suo libro Geopolitica dell’intelligenza artificiale (Feltrinelli), finalista della prima edizione del Premio Strega Saggistica, è stato ripubblicato con una nuova postfazione nella collana Universale Economica Saggi Rossi. Nel libro, si è concentrato tanto sugli aspetti meno noti relativi all’intelligenza artificiale, quanto sulle sue ripercussioni sugli equilibri politici mondiali. Cosa ha voluto aggiungere nelle pagine conclusive di questa riedizione?
Alessandro Aresu: Nella nuova postfazione ho ripreso una teoria già discussa nel libro, quella della cosiddetta “torta a cinque strati dell’intelligenza artificiale”, e ho cercato di spiegare perché si tratta di una metafora particolarmente riuscita. A introdurla nel discorso pubblico è stato Jensen Huang, amministratore delegato e co-fondatore di NVIDIA e protagonista principale del mio libro. Con questa immagine Huang intende far comprendere al grande pubblico che l’intelligenza artificiale non coincide soltanto con i modelli generalisti più noti – la cui diffusione è cresciuta dal rilascio di ChatGPT, il 30 novembre 2022 – ed entrati nella vita privata e professionale di molte persone. L’intento è spostare l’attenzione sulla filiera industriale complessiva che rende possibili questi prodotti.
Riassumiamo, quindi, questo schema. Il primo strato della torta è l’energia: i programmi di intelligenza artificiale non esisterebbero senza l’elettricità, la rete elettrica e i collegamenti forniti dalle utilities. Il secondo è l’industria dei semiconduttori, che nel mio libro Il dominio del XXI secolo è stata la porta d’ingresso per raccontare l’intelligenza artificiale: la filiera dei semiconduttori è ampia e comprende le società che progettano software per i chip e quelle che producono i macchinari per collaudarli, oltre a molte altre. Il terzo strato riguarda le infrastrutture, tra cui i data center, i materiali necessari a costruirli e i servizi cloud su cui operano i modelli. Il quarto strato è proprio quello dei modelli, forse il più conosciuto, mentre l’ultimo riguarda le applicazioni, ciò che di fatto possiamo fare con l’intelligenza artificiale – dai programmi di traduzione alle simulazioni di attività manifatturiere e industriali, fino alla sicurezza.
Ho iniziato a scrivere Geopolitica dell’intelligenza artificiale nel 2022 perché credevo che ci fossero ancora delle difficoltà notevoli nell’adottare questo impianto concettuale, nel guardare all’intelligenza artificiale come una filiera articolata e complessa. Tuttavia, se potessi riscriverlo oggi, probabilmente aggiungerei molti altri personaggi, come Liang Wenfeng, fondatore di DeepSeek, Yang Zhilin, fondatore di Moonshot AI, e Dario e Daniela Amodei, a cui darei molto più spazio per l’importanza che Anthropic ha assunto nell’ultimo anno.
A inizio ottobre 2026 Donald Trump ha creato una Task Force dedicata all’intelligenza artificiale rinominando contestualmente quest’ultima “superintelligenza”. Quali sono le ragioni di questo cambiamento e cosa comporta l’utilizzo di questo termine?
Alessandro Aresu: L’espressione “intelligenza artificiale” è stata sostituita da “superintelligenza” soprattutto per un’operazione di marketing, rivolta in questo caso non agli investitori ma al grande pubblico. Non esiste sondaggio che non mostri una sfiducia crescente dei cittadini americani verso l’intelligenza artificiale, e questa sfiducia è stata confermata nelle ultime elezioni. Molti non conoscono l’intera filiera, ma restano in gran parte diffidenti. Più che un reale riposizionamento, dunque, si tratta di un tentativo di distogliere l’attenzione dallo strato delle infrastrutture, che nel frattempo è diventato un tema politico di primo piano negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, la scelta mostra scarsa considerazione per la storia concettuale del termine “superintelligenza”, che pure esiste ed è radicata negli studi sui rischi esistenziali. L’amministrazione statunitense usa “intelligenza artificiale” e “superintelligenza” quasi come sinonimi. La domanda da porsi, allora, è se un problema di consenso politico possa essere risolto con una semplice operazione di rebranding. La risposta è ovviamente no.
Pesano poi fattori legati alla personalità del leader – come l’evidente passione di Trump per ribattezzare le cose. I comportamenti di Trump hanno un elemento di imprevedibilità ed estemporaneità che va tenuto in considerazione. Da un lato è un esercizio molto interessante quello che fa Mattia Ferraresi nel suo libro Dentro la testa di Trump (Mondadori), in cui analizza le idee che Trump non sa di avere e le loro fonti. Dall’altro non si può spingere troppo oltre questa ermeneutica: a volte non serve cercare spiegazioni troppo sofisticate per le azioni di questa amministrazione americana.
I rischi esistenziali, invece, sembrano preoccupare maggiormente altri soggetti, come testimoniano i richiami sempre più frequenti dei CEO di aziende come Open AI, Anthropic e Meta. Quali sono, a suo avviso, le ragioni di queste apprensioni da parte di soggetti che si trovano in posizioni di responsabilità così cruciali nello sviluppo di queste tecnologie?
Alessandro Aresu: Da un lato, questi richiami si inscrivono nelle convinzioni ideologiche dei personaggi citati, che possono alimentare molto la percezione di un rischio esistenziale. Ne è un esempio l’effective altruism, che ha segnato profondamente Dario Amodei, CEO di Anthropic. Dall’altro, la questione dei rischi riguarda spesso due degli strati della torta, quelli dei modelli e delle applicazioni. Da questo punto di vista, c’è una sorta di effetto bolla, non finanziaria ma epistemica: questi timori si diffondono spesso all’interno di comunità di persone che vivono esperienze simili, frequentano gli stessi luoghi e spesso non escono quasi mai da San Francisco, dove ha sede la maggior parte di queste aziende.
Preoccupa anche la sensazione – diffusa tra le principali imprese americane – di non poter valorizzare a pieno sul mercato i propri prodotti, se non installando sistemi di intelligenza artificiale. Facciamo un esempio: nel corso della quotazione in Borsa di SpaceX – azienda che non ha alcun rivale nel settore spaziale –, Elon Musk ha ammesso al suo interno servizi di calcolo avanzato e infrastrutture per l’intelligenza artificiale, che sono sempre più importanti per la valutazione. Inoltre, si prevede che presto aziende come Anthropic e Open AI saranno a loro volta quotate in Borsa, ponendo un tema ancor più grande sul proprio valore effettivo, quindi sulla loro capacità di generare profitto in rapporto a investimenti, rendimenti e ricavi. A mio avviso, questi sono tutti elementi da considerare per leggere i segnali sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale e sui rischi economici e politici.
Nel mercato dell’intelligenza artificiale, la concorrenza cinese non è solo di carattere commerciale, ma presenta anche un modello di business alternativo capace di mettere in discussione i grandi investimenti fatti negli Stati Uniti. Quale strategia stanno adottando le aziende statunitensi per tutelare la propria posizione?
Alessandro Aresu: L’ecosistema delle grandi aziende tecnologiche statunitensi – le cosiddette Big Tech – è composto da realtà con interessi spesso diversi. Alcune hanno scelto di diventare azioniste delle nuove società di intelligenza artificiale, come Amazon e Google con Anthropic o Microsoft con OpenAI, mentre altre, come Apple, hanno deciso di non fare grandi investimenti in conto capitale. NVIDIA e le aziende dei semiconduttori si comportano in modo diverso: forniscono l’infrastruttura, ma intanto investono anche in altri ambiti. È quindi importante capire che esiste anzitutto una competizione interna tra queste aziende che non hanno la stessa agenda.
L’evoluzione recente più interessante, a mio avviso, è che non si può più dare per scontato che il punto di approdo dell’ecosistema statunitense saranno i cosiddetti “modelli di frontiera”. Esistono altre tipologie, come i modelli open source, che le aziende statunitensi perseguiranno in misura crescente, come quelle cinesi fanno da tempo, potendo disporre di più ricercatori. L’ho sottolineato anche nel mio ultimo libro, La Cina ha vinto, e lo confermano anche i report più recenti: secondo Carnegie China, il 57,4% dei ricercatori di livello più alto nell’intelligenza artificiale è nato nella Repubblica Popolare Cinese. Molti di questi sono rimasti in patria e alcuni di quelli emigrati sono poi tornati per fondarvi le proprie società, come Yang Zhilin con Moonshot AI. Resta poi da capire quali prodotti adotteranno i mercati che non hanno sviluppato soluzioni abbastanza soddisfacenti per le proprie imprese, se sceglieranno comunque prodotti statunitensi, e in quali mercati internazionali potrà inserirsi la Cina. Sono queste le domande che guideranno l’evoluzione del settore.
Un altro Paese che resta spesso ai margini del nostro discorso pubblico è la Corea del Sud, che pure si candida a essere uno dei principali competitor nel campo dell’intelligenza artificiale.
Alessandro Aresu: Quando un Paese conquista il primato in una nicchia tecnologica, è molto difficile sottrarglielo. Nella fase detta di inferenza, e ancor più con l’intelligenza artificiale agentica, è cresciuta l’importanza della nicchia delle memorie per semiconduttori, dominata dai coreani. Si tratta di un solo strato della filiera, ma è sufficiente per rendersi indispensabili al mondo intero. A questo si aggiunge la presenza di giganteschi conglomerati tecnologici di rilievo globale, fondati su aziende come Samsung e SK Hynix e sostenuti da grandi investimenti in ricerca e sviluppo. Un libro interessante, tradotto anche in italiano da Edizioni Thedotcompany, è Samsung Rising di Geoffrey Cain, che descrive il contesto tecnologico del Paese e la sua importanza. Basti pensare che la sola Samsung nel 2026, soprattutto per effetto del ciclo dell’intelligenza artificiale, registrerà 200 miliardi di dollari di profitti, più di NVIDIA, pur valendo meno in termini di capitalizzazione di borsa. Per un Paese di 52 milioni di abitanti sono cifre astronomiche.
I coreani, più di altri, hanno ritenuto che a servire il loro mercato dovessero esserci anche aziende coreane e non solo gli operatori cloud statunitensi e questo li ha resi maggiormente autonomi. Credo sia importante soffermarsi sulla Corea del Sud anche dal punto di vista culturale. Ci sono numerose scene che ho avuto occasione di commentare più volte di Jensen Huang che gira per Seul seguito da qualche decina di migliaia di persone, a dimostrazione dell’intensità della cultura tecnologica coreana. Lo stesso vale per le università, naturalmente. Nella statistica di Carnegie China che citavo prima, tra le prime trenta istituzioni al mondo dove lavorano i talenti dell’intelligenza artificiale non compare nessuna istituzione o azienda europea, mentre la Corea del Sud, con il Korea Advanced Institute of Science and Technology (KAIST), è al terzo posto.
Negli Stati Uniti il discorso sull’intelligenza artificiale si sviluppa spesso in chiave anticinese, o comunque senza poter prescindere del tutto dalla competizione con Pechino. Che posto occupa in questa retorica la Corea del Sud?
Alessandro Aresu: Sicuramente ha un ruolo rilevante. Le aziende coreane stanno investendo negli Stati Uniti anche grazie alla strategia promossa da diverse amministrazioni statunitensi in relazione alla filiera dei semiconduttori, in cui si inserisce il CHIPS and Science Act del 2022. È tuttavia difficile immaginare che i coreani vi realizzino un’università come il KAIST o quella legata a Samsung. Investimenti di questo tipo resteranno concentrati in Corea del Sud. Nel discorso degli Stati Uniti, il ruolo della Corea è piuttosto compatibile con una sorta di multilateralismo dell’intelligenza artificiale a guida statunitense, quello avanzato, almeno a parole, dall’amministrazione Biden. Resta da capire in che misura questo multilateralismo possa rivelarsi meno ipocrita di altre formule: per cominciare, può farne parte solo chi ha capacità produttive all’interno della filiera. Significherebbe Stati Uniti, Taiwan, Corea del Sud, Giappone e alcuni Paesi europei, in particolare Paesi Bassi e Germania per i macchinari legati alla produzione dei semiconduttori. Tutti questi Paesi, inoltre, dovrebbero adeguarsi a un’ipotetica formula statunitense, con buone probabilità in chiave anticinese. Ma sarà molto difficile che un produttore di macchinari per semiconduttori – americano o europeo che sia – accetti di rinunciare in toto al mercato cinese, sia per i ricavi sia, in alcuni casi, per come funziona la stessa supply chain. Ma non va neppure sottovalutata l’importanza del rafforzamento di questi rapporti, soprattutto se pensiamo a quanto questa tecnologia sia diventata politica, in particolare nell’ultimo decennio.
Ciò che gli Stati Uniti faticano a fare è dettare un’agenda dettagliata su scala globale, perché sarebbe troppo ipocrita e complicata da sostenere fino in fondo. Bisogna mettersi nella prospettiva di un’impresa coreana, che ha rapporti stretti con la Repubblica Popolare Cinese tra fornitori e clienti finali, e che, se si tratta di una grande azienda, ha probabilmente anche stabilimenti in loco. Per tutte queste ragioni è difficile pensare a una disconnessione dei sistemi tecnologici in stile Guerra Fredda. Ciò non toglie, tuttavia, che gli investimenti coreani negli Stati Uniti siano maggiori rispetto a quelli in Cina. Credo, infine, che molto dipenderà anche dal rapporto generale tra Stati Uniti e Cina: l’amministrazione Trump, per esempio, non sostiene una separazione completa tra i due Paesi, e questo rende compatibili politiche di investimento di tipo diverso.
Venendo ai suoi ultimi lavori, all’interno del suo programma di ricerca sul capitalismo politico, perché ha deciso di concentrarsi sul tema del Deep State?
Alessandro Aresu: La tesi del mio libro del 2020, Le potenze del capitalismo politico (La nave di Teseo), è che in questa fase del ventunesimo secolo il rapporto tra economia, politica e tecnologia sarà dominato dalla questione della sicurezza nazionale. In questo scenario, la sicurezza nazionale è al tempo stesso una parola d’ordine, un totem, uno spauracchio e una fonte di diritto e di provvedimenti precisi – come il controllo degli investimenti o delle esportazioni, in particolare tecnologiche. Ciò mette al centro di ciò che chiamiamo politica non tanto il fatto che in alcuni sistemi si voti e in altri no, quanto il funzionamento dei sistemi di gestione della sicurezza nazionale. Non è un giudizio valoriale sugli assetti politici ma descrittivo delle dinamiche in corso. Gli attori privi di una modalità chiara di gestione della sicurezza nazionale – e l’Unione Europea ne è l’esempio perfetto – sono quelli in maggiore difficoltà, anche per ragioni logiche. Poiché in base ai trattati la sicurezza nazionale è competenza degli Stati membri, in un mondo sempre più orientato alla sicurezza nazionale la Commissione Europea sta cercando di occuparsene senza riuscire però a imporsi sui singoli Paesi.
Nel caso di Cina e Stati Uniti il quadro è diverso. In Cina le istituzioni controllate dal Partito Comunista si sono specializzate sulla sicurezza nazionale, in particolare tecnologica ed economica, a partire però da una questione essenziale: la sicurezza politica, cioè quella del regime. Negli Stati Uniti le istituzioni della sicurezza nazionale stanno diventando via via più importanti. Il Pentagono ha milioni di dipendenti pubblici, controlla centinaia di basi militari. Nella comunità di intelligence degli Stati Uniti ci sono diciotto agenzie. Milioni di persone, dipendenti del governo o contractor di vario tipo, hanno un nulla osta di sicurezza. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la mia tesi è che il sistema di sicurezza nazionale sia stato rafforzato da questa accelerazione tecnologica e si sia ulteriormente specializzato.
Da qui, ci sono vari modi di accostarsi al tema del Deep State. Il primo è che il termine è entrato nel lessico politico statunitense per via di Bannon e Trump, la cui prima amministrazione indicava con esso il governo permanente degli Stati Uniti, cioè gli apparati che si occupano di sicurezza nazionale in modo non contingente rispetto alla politica. Ma la presidenza Trump non ha portato a uno stravolgimento di queste strutture permanenti. È avvenuto piuttosto che una parte dell’élite ha cercato di sostituirsi a un’altra. Dentro questa torsione verso la sicurezza nazionale un ruolo chiave spetta alla tecnologia. L’intero sistema non coinvolge solo ministeri, agenzie e uffici, ma anche le principali aziende tecnologiche.
Quali sono le tendenze degli ultimi anni su questo fronte negli Stati Uniti?
Alessandro Aresu: C’è una tendenza alla pubblicità vera e propria, per cui ciò che dovrebbe restare nascosto viene esposto. È un segno importante del nostro tempo, di cui Trump, con la sua superficialità, è un magnifico esponente. Un tempo, l’ex collaboratore della CIA Edward Snowden diceva “nessun segreto” e, nel dirlo, ammetteva proprio l’esistenza di qualcosa da celare. Oggi, invece, ciò che dovrebbe essere segreto viene gridato.
Il paradosso è illustrato meglio di chiunque altro da una figura di cui mi occupo da molto tempo, Peter Thiel. Diversi anni fa, molto prima della quotazione in borsa di Palantir, Thiel partecipò a un “Ask Me Anything” su Reddit, una diretta in cui una persona risponde alle domande che arrivano dal pubblico. Tra queste ce n’era una significativa, che darà il titolo a un capitolo del mio nuovo libro: “Palantir è una copertura della CIA?”. La domanda era posta da un utente anonimo, tra l’altro poi cancellato. La risposta di Thiel è stata: “No, è la CIA che è una copertura di Palantir”. In effetti, l’azienda, fondata all’inizio di questo secolo, era stata finanziata – fra gli altri – dal fondo di venture capital della CIA, In-Q-Tel, e ci sono numerose inchieste che testimoniano come l’agenzia di intelligence statunitense abbia aiutato diverse altre iniziative imprenditoriali in altre fasi storiche (per esempio, quelle di Steve Jobs). Ma qui la questione è un’altra: Thiel non si limita ad ammettere che la sua azienda è stata finanziata dalla CIA, ma ribalta completamente il rapporto e sostanzialmente afferma: “dietro la CIA ci sono io”. È il paradosso della profondità che emerge in superficie, sempre con uno stile quasi canzonatorio. Di fronte a una risposta del genere, quale altro segreto bisognerebbe cercare?
Il nuovo complesso militare-industriale statunitense, composto da aziende come Palantir, SpaceX e Anduril, si presenta come la soluzione a un sistema vecchio, di industrie decotte, che non è in grado di consegnare un prodotto all’altezza della competizione strategica con la Cina. Facciamo un esempio: oggi manca un razzo, diverso da quello di SpaceX, per raggiungere in modo sicuro la Stazione Spaziale Internazionale, mentre i sistemi d’arma tradizionali sono eccessivamente costosi e inefficienti. È qui che subentrano queste aziende private, lautamente ricompensate dal settore pubblico. La vera posta in gioco, tuttavia, non è solo il profitto economico, ma l’opportunità di conquistare un settore cruciale dello Stato presentandosi come l’unica salvezza possibile. Ma per accreditarsi come salvatori, serve un nemico. Utilizzando il lessico di Thiel, occorre “l’occhio di Mordor”, identificato nella Cina. Senza Mordor, infatti, crollerebbe la necessità stessa di addestrare le proprie truppe.
Questa profonda messa in discussione delle istituzioni tradizionali non rischia di far perdere coerenza al piano di lungo periodo, cioè a ciò che in teoria il Deep State dovrebbe garantire?
Alessandro Aresu: Bisogna tenere conto di alcune premesse. Per quanto riguarda la Repubblica Popolare Cinese, la struttura del potere è densamente articolata sul piano territoriale: i governi locali hanno molta importanza e l’intero sistema si regge proprio su meccanismi di interconnessione tra piano locale e nazionale. Naturalmente, la rapida accelerazione tecnologica ha sfidato duramente l’architettura pubblica cinese e i meccanismi di trasmissione tra pubblico e privato.
Quanto agli Stati Uniti, il mio argomento è che gli imprenditori della tecnologia non hanno realmente cambiato lo Stato. Le formule di “cambio di regime” sono state sopravvalutate. Le Corti continuano a svolgere un ruolo cruciale, mentre si moltiplicano i contenziosi legati al frequente ricorso alla sicurezza nazionale. Non dimentichiamo l’esperienza del DOGE (Department of Government Efficiency) di Musk, che non ha cambiato sostanzialmente nulla, se non tagliare qualche fondo per la cooperazione internazionale. L’inerzia burocratica dello Stato non è stata sconfitta.
E cos’è il Deep State se non l’esito della irriformabilità di un sistema rispetto alle enormi spinte che esso riceve? Secondo alcune tesi, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale finirà per snellire davvero l’apparato burocratico; per ora, tuttavia, si tratta di mere speculazioni e il nodo istituzionale resta irrisolto. Parafrasando Francis Fukuyama, sembra essere questo ciò che ci attende alla fine della storia. La storia potrà anche essere giunta al termine, ma l’amministrazione sopravvive. L’amministrazione è, dunque, la storia stessa.