“La sinistra e la scintilla” di Giuseppe Provenzano
- 16 Maggio 2019

“La sinistra e la scintilla” di Giuseppe Provenzano

Recensione a: Giuseppe Provenzano, La sinistra e la scintilla. Idee per un riscatto, Donzelli Editore, Roma 2019, pp. 224, 14 euro (scheda libro)

Scritto da Giacomo Bottos e Luca Picotti

7 minuti di lettura

L’ormai pluridecennale dibattito sulla crisi della sinistra, italiana e non solo, rischia spesso di ripetere schemi e cliché consolidati, lasciando nel lettore una sensazione di déjà-vu che può diventare un ostacolo non secondario a qualunque prospettiva di rinnovamento. Non è senza dubbio questo il caso dell’ultimo libro di Giuseppe Provenzano, La sinistra e la scintilla. Idee per un riscatto, uscito di recente per l’editore Donzelli.

L’Autore, economista e vicedirettore della Svimez ma da sempre animato da un forte interesse e impegno politico, non fa mistero del carattere militante del suo contributo, percorso da un senso di urgenza e da una preoccupazione per le sorti della sua parte politica. Questa urgenza scaturisce da una sconfitta che non si limita ad essere unicamente elettorale, ma assume piuttosto una dimensione epocale. «La sinistra non ha perso, si è persa»: questo è l’assunto da cui parte l’analisi di Provenzano. Ma non si tratta, come più volte l’autore ha sottolineato, di un libro sulla sconfitta. Il volume si presenta invece come ricco di appunti, riflessioni, idee e ricette per orientarsi tra le macerie della sinistra e capire come ricostruire delle nuove fondamenta per affrontare le sfide del domani. Un lavoro che attinge a una molteplicità di esperienze, contributi, analisi svolte da molteplici soggetti e che si pone esso stesso come contributo e punto di partenza per una riflessione collettiva che porti oltre la situazione di crisi.

Una crisi e una sconfitta che occorre comprendere, secondo Provenzano, nelle sue radici, senza rimuoverla ma senza nemmeno soffermarsi unicamente sulla stagione più recente, per quanto le responsabilità della classe dirigente del Partito Democratico degli ultimi anni nel portare la sinistra al peggior risultato della storia repubblicana vengano chiaramente sottolineate. L’autore si sofferma particolarmente sulla cesura storica che ha portato alla nascita della cosiddetta Seconda repubblica: in quel frangente è da ricercare l’origine della frattura tra élite politiche e cittadini, della diffusione del sentimento antipolitico nella società, nonché della sfiducia e del rancore che ne sono seguiti. Si è messo in moto così, progressivamente, un processo di disintermediazione. Questo, insieme alle trasformazioni economiche determinate da una globalizzazione non governata, ha portato al progressivo indebolirsi del centro sociale, di quella classe media sottoposta ad un crescente stress e ad un tendenziale impoverimento, proprio mentre invece si affermava, sul piano politico, una visione che prevedeva la convergenza al centro come imperativo ineludibile.

La nascita, a ridosso della grande crisi finanziaria, del Partito Democratico, viene letta in questa chiave: un partito privo di una chiave di lettura e della capacità di interpretare la crisi incipiente.

«Mancava una lettura critica del capitalismo, proprio nel momento in cui il crollo del mercato immobiliare e la crisi del sub-prime stavano rivelando […] la rottura di un meccanismo che aveva governato quegli anni. Era la fine del keynesismo privatizzato, come l’ha chiamato Colin Crouch, che bilanciava con la finanza e il crescente ricorso al debito privato una domanda che languiva per la sempre più diseguale distribuzione dei redditi e la spirale al ribasso nel potere d’acquisto delle classi medie e medio-basse. A nulla di tutto questo si faceva cenno» (p.56).

La centralità del tema della cultura politica si associa alla questione della selezione della classe dirigente, a cui sono state date spesso soluzioni deficitarie.

Le ragioni dell’«uguaglianza nella libertà»

È proprio alla luce della profondità delle trasformazioni in corso, sul piano economico, sociale e geopolitico – una profondità di cui non vi era sufficiente percezione – che l’autore spiega l’insufficienza delle risposte di governo. Il problema cruciale, scrive Giuseppe Provenzano, è che negli ultimi anni la maggioranza della popolazione italiana non ha visto le proprie condizioni di vita migliorare, anzi. Gli italiani in povertà assoluta sono passati, dal 2011 al 2017, da 2,6 milioni a oltre 5 milioni. Al punto massimo di ripresa dell’occupazione, nel 2017, c’erano ancora due milioni di giovani occupati in meno rispetto al 2008. Su questa base viene condotta la critica alle politiche realizzate: il reddito di inclusione è stato varato con una copertura insufficiente e troppo tardi, così come tardi è stata promossa una strategia industriale nazionale. Il livello di investimenti pubblici, anche a causa di un’austerità europea contro cui non si è lottato abbastanza, è stato insufficiente. In definitiva la sinistra, seppur coraggiosa e meritevole sul fronte dei diritti civili, è apparsa incerta sul fronte dei diritti sociali, non avendo messo in atto serie politiche di redistribuzione e lotta alla povertà per soddisfare i bisogni materiali deflagrati con la crisi. La sinistra non è stata insomma in grado di comprendere che, oltre agli ultimi, vanno aiutati anche i penultimi e che la richiesta di protezione proveniente da gran parte della popolazione andava ascoltata, non ostracizzata.

Ma qual è, secondo Provenzano, il punto centrale intorno al quale la sinistra può rifondarsi? Sono le ragioni dell’«uguaglianza nella libertà», il recupero della radice originaria di una parola – socialismo – che nel nostro paese è a lungo caduta in discredito, ma che occorre recuperare. La lotta alle disuguaglianze deve mirare ad alterare la crescente separazione tra due mondi paralleli e non-comunicanti, quello “di sopra” e quello “di sotto”: il primo barricato nei centri metropolitani e proprietario di capitali, tecnologie e risorse culturali mentre il secondo disperso nelle periferie e aree interne del paese, escluso dai processi economici della globalizzazione. Un’altra divisione su cui l’Autore si sofferma in numerose pagine è quella tra Nord e Sud, sottolineando la necessità di valide politiche per lo sviluppo di un Mezzogiorno danneggiato radicalmente dalla crisi, ma coessenziale e imprescindibile per un rilancio del paese intero.

«Viviamo in una nuova epoca di “grande trasformazione”, in cui si concentra il potere e si disgrega il sociale, cresce la distanza tra ricchezza privata e povertà pubblica. Per affrontare una transizione di cui non conosciamo gli esiti, abbiamo bisogno di rafforzare la “cassetta degli attrezzi”, immaginando strumenti “nuovi”, riattivando i “vecchi”» (p.90).

Questo mix di “vecchie” e “nuove” ricette va adottato in diversi ambiti tra cui quello del lavoro, di cui viene ribadita la centralità, pur nella consapevolezza della complessità delle nuove sfide poste, in particolare, dai cambiamenti tecnologici. L’autore spazia dalle analisi sul Jobs Act a quelle sulle nuove forme di degradazione del lavoro, dalla critica alla Bossi-Fini – in nome di un’immigrazione regolare e controllata che possa inserirsi nei circuiti lavorativi senza sfociare nel sommerso – alle nuove forme di sfruttamento da parte delle piattaforme digitali. In particolare, Provenzano ritiene necessario agire in due direzioni: redistribuire e creare il lavoro. Nel primo caso occorre ridurre l’orario di lavoro, anche a parità di salario. Una forma universale di sostegno al reddito, come il Rei (finanziato però in misura maggiore) è auspicabile, ma per la sinistra la stella polare deve rimanere il lavoro, non il sussidio. Al tempo stesso è necessaria una grande ripresa della questione salariale – con particolare attenzione all’inaccettabile realtà che vede il salario femminile in media inferiore del 15/20% rispetto a quello maschile – attraverso l’introduzione di un salario minimo legale e, anche, di salari massimi. Infine, occorre anche ripensare la cooperazione, a partire ad esempio dal fenomeno dei workers buyout, le imprese acquistate dai lavoratori.

Giuseppe Provenzano e il compito di una nuova generazione

Le riflessioni di Provenzano si concentrano, nella terza parte del volume, sulla necessità di ricostruire lo Stato, dopo anni di retorica neoliberista figlia del Washington Consensus, e di rifondare l’Europa. Dopo una stagione di progressivo arretramento dello Stato, è necessario riconsiderarne il ruolo:

«Certo, bisogna guardarsi bene da un approccio ideologico, abbiamo bisogno di connessioni virtuose tra pubblico e privato. Ma è ideologico affermare che, nel caso di monopoli naturali come le grandi reti infrastrutturali, costituite con soldi pubblici, il pubblico dovrebbe sottrarre i servizi alla logica del profitto, che forse è alla radice della mancata garanzia di sicurezza e qualità? O che dopo la massiccia socializzazione delle perdite connessa ai salvataggi bancari, la soluzione non necessariamente è affidare le sorti del sistema creditizio ai grandi gruppi, consolidando il processo di concentrazione? E che, invece, servirebbe guidare e accompagnare con il pubblico una riforma del sistema finalizzata a superare il razionamento del credito alle piccole e medie imprese che deprime lo sviluppo di molte realtà del paese?» (pp.131-132).

Presupposto fondamentale per un rinnovamento dello Stato nella direzione poc’anzi accennata è ovviamente la ricerca delle competenze e del capitale umano necessario per guidare la macchina pubblica – in particolare, portando una nuova generazione altamente qualificata, con l’assunzione di un milione di giovani nella Pubblica Amministrazione nei prossimi cinque anni, in un settore dove i dipendenti pubblici nelle amministrazioni centrali con meno di 35 anni sono il 2%, contro il 30% in Germania e il 25% in Francia e Regno Unito. Servirebbe, inoltre, una strategia di investimenti pubblici mirata a creare lavoro, promuovendo un modello di sviluppo sostenibile e rilanciando l’innovazione, anche attraverso un’IRI della conoscenza o un Fraunhofer italiano, così come proposto dal presidente di Assolombarda Carlo Bonomi.

Per quanto concerne la questione europea, Provenzano combina critica e proposta, sottolineando come il processo di ricostruzione dello Stato serva anche ad invertire la tendenza all’”europeizzazione passiva”, fondata sul leitmotiv del vincolo esterno, che ha prevalso negli ultimi anni. L’Europa, scrive Provenzano, va riformata focalizzandosi in primis sul rafforzamento della dimensione comunitaria e parlamentare, troppo spesso soppiantata da quella intergovernativa: un obiettivo realizzabile solo attraverso un’integrazione differenziata. Per quanto riguarda le questioni più squisitamente economiche, l’Autore elenca in modo sintetico alcune delle proposte fondamentali per una riforma radicale dell’Europa: una garanzia europea dei debiti pubblici e una vera banca centrale; un coordinamento delle politiche fiscali per evitare il dumping interno; misure per combattere l’elusione delle grandi multinazionali; sanzioni per i paesi in eccessivo surplus commerciale; l’abbandono di ogni politica di austerità; il rafforzamento del budget per le politiche di sviluppo; l’affermazione di standard sociali minimi. «Recuperare sovranità economica, la capacità della politica di incidere sulla vita delle persone per migliorarla, a cominciare dal lavoro e dal reddito, è questo l’imperativo» (p.171). Da non confondersi, sottolinea l’Autore, con il sovranismo, inteso invece come retrotopia che rafforza le identità attraverso chiusure e contrapposizioni. L’obiettivo di una nuova sinistra è quello di recuperare una sovranità economica per includere, non per escludere.

Il libro di Giuseppe Provenzano presenta una grande ricchezza di proposte, idee e tracce di lavoro, sulla base di analisi critiche molteplici e stimolanti. La scelta di insistere sulla transizione dell’inizio degli anni Novanta invece che, ad esempio, su quella tra anni Settanta e Ottanta – dove cruciali processi di transizione a livello globale vengono a maturazione – si comprende con la volontà di sottolineare l’importanza di rivendicare un ruolo alto della politica, che appare non da oggi – ma appunto almeno dagli anni Novanta – sotto attacco. Occorre, per l’Autore, ripoliticizzare la società, cogliendo le numerose “scintille” presenti in essa e fornendo loro una cornice comune, che le sottragga alla dispersione e alla frammentazione. Da questo punto di vista, volendo fare una sottolineatura, si potrebbe insistere sulla centralità dell’elaborazione culturale e della sua diffusione, anche attraverso strumenti inediti e innovativi, in grado di unificare una pluralità di ambiti e capacità differenti, temi sui quali Pandora Rivista da tempo riflette.

Riguardo ai problemi che restano aperti, alla grande distanza che l’attualità sembra presentare rispetto alle prospettive delineate, Provenzano esprime una profonda fiducia nelle capacità della società e di una nuova generazione di delineare una proposta e un’azione efficaci, la stessa fiducia che gli fa scrivere, alla fine dell’introduzione che, se «la scintilla non è scattata ancora […] scatterà».


A questo link un’intervista a Giuseppe Provenzano che approfondisce il complesso di temi legati alla frattura Nord/Sud e alla “questione meridionale” che ha accompagnato la storia del nostro Paese.

Scritto da
Giacomo Bottos e Luca Picotti

Giacomo Bottos è direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online. Luca Picotti, di Udine, studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste.

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