“La sinistra e la scintilla” di Giuseppe Provenzano

Giuseppe Provenzano

Recensione a: Giuseppe Provenzano, La sinistra e la scintilla. Idee per un riscatto, Donzelli Editore, Roma 2019, pp. 224, 14 euro (scheda libro).


L’ormai pluridecennale dibattito sulla crisi della sinistra, italiana e non solo, rischia spesso di ripetere schemi e cliché consolidati, lasciando nel lettore una sensazione di déjà-vu che può diventare un ostacolo non secondario a qualunque prospettiva di rinnovamento. Non è senza dubbio questo il caso dell’ultimo libro di Giuseppe Provenzano, La sinistra e la scintilla. Idee per un riscatto, uscito di recente per l’editore Donzelli.

L’autore, economista e vicedirettore della Svimez ma da sempre animato da un forte interesse e impegno politico, non fa mistero del carattere militante del suo contributo, percorso da un senso di urgenza e da una preoccupazione per le sorti della sua parte politica. Questa urgenza scaturisce da una sconfitta che non si limita ad essere unicamente elettorale, ma assume piuttosto una dimensione epocale. «La sinistra non ha perso, si è persa»: questo è l’assunto da cui parte l’analisi di Provenzano. Ma non si tratta, come più volte l’autore ha sottolineato, di un libro sulla sconfitta. Il volume si presenta invece come ricco di appunti, riflessioni, idee e ricette per orientarsi tra le macerie della sinistra e capire come ricostruire delle nuove fondamenta per affrontare le sfide del domani. Un lavoro che attinge a una molteplicità di esperienze, contributi, analisi svolte da molteplici soggetti e che si pone esso stesso come contributo e punto di partenza per una riflessione collettiva che porti oltre la situazione di crisi.

Una crisi e una sconfitta che occorre comprendere, secondo Provenzano, nelle sue radici, senza rimuoverla ma senza nemmeno soffermarsi unicamente sulla stagione più recente, per quanto le responsabilità della classe dirigente del Partito Democratico degli ultimi anni nel portare la sinistra al peggior risultato della storia repubblicana vengano chiaramente sottolineate. L’autore si sofferma particolarmente sulla cesura storica che ha portato alla nascita della cosiddetta Seconda repubblica: in quel frangente è da ricercare l’origine della frattura tra élite politiche e cittadini, della diffusione del sentimento antipolitico nella società, nonché della sfiducia e del rancore che ne sono seguiti. Si è messo in moto così, progressivamente, un processo di disintermediazione. Questo, insieme alle trasformazioni economiche determinate da una globalizzazione non governata, ha portato al progressivo indebolirsi del centro sociale, di quella classe media sottoposta ad un crescente stress e ad un tendenziale impoverimento, proprio mentre invece si affermava, sul piano politico, una visione che prevedeva la convergenza al centro come imperativo ineludibile.

La nascita, a ridosso della grande crisi finanziaria, del Partito Democratico, viene letta in questa chiave: un partito privo di una chiave di lettura e della capacità di interpretare la crisi incipiente.

«Mancava una lettura critica del capitalismo, proprio nel momento in cui il crollo del mercato immobiliare e la crisi del sub-prime stavano rivelando […] la rottura di un meccanismo che aveva governato quegli anni. Era la fine del keynesismo privatizzato, come l’ha chiamato Colin Crouch, che bilanciava con la finanza e il crescente ricorso al debito privato una domanda che languiva per la sempre più diseguale distribuzione dei redditi e la spirale al ribasso nel potere d’acquisto delle classi medie e medio-basse. A nulla di tutto questo si faceva cenno» (p.56).

La centralità del tema della cultura politica si associa alla questione della selezione della classe dirigente, a cui sono state date spesso soluzioni deficitarie.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Un punto di partenza per una riflessione collettiva

Pagina 2: Le ragioni dell’«uguaglianza nella libertà»

Pagina 3: Giuseppe Provenzano e il compito di una nuova generazione


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Giacomo Bottos è direttore della rivista Pandora. Ha studiato Filosofia a Milano e a Pisa, presso la Scuola Normale. Ha scritto per diverse riviste cartacee e online. Luca Picotti, di Udine, studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste.

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